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Esteri

Il boomerang iraniano: il regime change che Trump voleva a Teheran è arrivato a Washington

La doppia sconfitta del Presidente Usa

di Mauro Trieste -


C’è una sottile ironia della storia che attraversa le strade di Teheran e i seggi americani. Per mesi Donald Trump aveva presentato la guerra contro l’Iran come lo strumento decisivo per piegarlo, indebolirne il sistema politico e aprire la strada a un possibile cambio di regime. Alla fine, però, il terremoto politico si è verificato negli Stati Uniti. E non attraverso le bombe, ma con il voto, il più classico degli strumenti democratici. È questa l’analisi, sprezzante e quasi celebrativa, che la leadership iraniana sta offrendo delle elezioni di midterm, trasformate in una sorta di rivincita simbolica contro l’uomo che aveva scommesso sul collasso della Repubblica islamica. Dai vertici politici alle piazze, il messaggio è che Trump ha perso. I toni utilizzati non sono quelli della prudenza diplomatica. Sono quelli dello scherno. Del nemico che si sente sopravvissuto e che ora si concede il lusso di irridere l’avversario.

Il sarcasmo delle autorità iraniane

Il capo della magistratura iraniana, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, è stato brutale: “Trump è stato sconfitto sia in guerra che sul fronte politico, certamente imporremo altre sconfitte per lui, questo è solo un primo risultato”. Ancora più tagliente Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che ha descritto il presidente americano come un leader respinto dal suo stesso popolo. “Il criminale Donald Trump ha fatto tutto il possibile per far vincere il suo partito, ma è stato preso a schiaffi dalla sua stessa gente”, ha scritto. Una frase che sintetizza perfettamente il clima che si respira.

A Teheran, intanto, le manifestazioni del 4 novembre, anniversario dell’occupazione dell’ambasciata americana del 1979, hanno assunto un valore ulteriore. Accanto agli slogan tradizionali contro Washington e Israele, le immagini diffuse dai media iraniani hanno mostrato delle bandiere americane bruciate, ritratti della Guida Suprema e persino striscioni con minacce dirette contro il tycoon. Una scena che restituisce la misura della sfida ideologica rimasta intatta dopo mesi di conflitto.

La mezza ammissione del tycoon

Ma la vera notizia non arriva dall’Iran. Giunge dagli Stati Uniti. Lo stesso Trump, parlando al Wall Street Journal, ha ammesso che “la guerra in Iran ha avuto un ruolo”. Una frase breve, quasi svogliata, seguita dalla difesa della scelta compiuta. “Ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei”, ha aggiunto il presidente statunitense. Una confessione politica più importante di quanto sembri. Perché certifica che il conflitto, inizialmente presentato come una dimostrazione di forza presidenziale, si è trasformato in un fattore di erosione del consenso repubblicano.

Jeffries promette battaglia

Proprio attorno a questo punto si muove il leader democratico Hakeem Jeffries, il vero vincitore politico della notte elettorale. Mentre molti esponenti democratici parlano già di commissioni d’inchiesta e di convocazioni sotto giuramento per funzionari dell’amministrazione Trump, Jeffries adotta una linea più strategica. Non cerca la vendetta politica. Vuole la delegittimazione della scelta che ha portato il Paese in guerra. “Non c’è mai stato alcun motivo per entrare in questa guerra, e dobbiamo uscirne immediatamente”, ha dichiarato. È probabilmente la frase destinata a pesare di più nel dibattito americano dei prossimi mesi.

Il dem comprende che il voto oltre che una bocciatura di Trump, è stato stato anche un referendum implicito sulle sue priorità. Per questo continua a riportare la discussione sull’accessibilità economica, sul costo della vita e sulle difficoltà quotidiane degli americani. Dietro il suo ragionamento si intravede la scelta tattica chiara di chiudere il capitolo della guerra e riportare la politica americana sui problemi interni.

È qui che emerge il paradosso più feroce dell’intera vicenda. Trump aveva promesso di piegare la Repubblica islamica. Invece il sistema iraniano è ancora in piedi. A essere colpita è stata piuttosto la sua stessa maggioranza politica. Il “regime change” evocato dai falchi americani si è consumato nelle urne statunitensi.


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