Pace e sicurezza passano dall’Artico. La ricerca italiana guarda le sfide globali
Al CNR la prima conferenza polare italiana
Dai ghiacci dell’Artico alle nuove frontiere della sicurezza. È qui che passa una parte sempre più importante degli equilibri internazionali, in un’area nella quale cambiamenti climatici, interessi economici, materie prime, infrastrutture strategiche e sovranità territoriale finiscono per intrecciarsi. È anche questo il messaggio emerso dalla Prima Conferenza Nazionale Polare, conclusa ieri a Roma nella sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Tre giorni di lavori, oltre 200 partecipanti e 15 coordinatori senior per mettere attorno allo stesso tavolo la comunità scientifica italiana impegnata nell’Artico, in Antartide e nel cosiddetto Terzo Polo, tra Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet.
L’obiettivo è la costruzione di un quadro comune di conoscenze e priorità che confluirà in un White Paper destinato a diventare uno strumento strategico per le future politiche italiane nelle regioni polari. La Conferenza è stata promossa e coordinata dal CNR insieme a ENEA, INGV e OGS, con il patrocinio del Ministero della Difesa e del Ministero dell’Università e della Ricerca. Ma dietro la necessità di capire come cambiano i ghiacci e quali effetti avranno sul clima c’è una partita molto più ampia. L’Artico è infatti sempre più un luogo nel quale si confrontano interessi e sovranità degli Stati e dove la dimensione ambientale si sovrappone a quella geopolitica.
L’Europa, la sicurezza e il valore strategico della ricerca
Per l’Europa significa guardare a una regione nella quale aumentano le attenzioni sulle infrastrutture critiche, sulle risorse naturali e sulle cosiddette minacce ibride. Una trasformazione che ha portato anche le istituzioni europee a considerare l’Artico non più soltanto attraverso la lente ambientale, ma anche attraverso quella della sicurezza. In questo scenario la ricerca assume un valore che va oltre il laboratorio. Conoscere i processi che stanno modificando le regioni polari significa produrre dati utili a comprendere fenomeni che possono avere conseguenze sul clima, sull’acqua, sui mari e sugli ecosistemi, ma anche fornire agli Stati strumenti per orientare le proprie decisioni. La ricerca, dunque, non è fine a se stessa: diventa una delle condizioni per poter leggere con maggiore precisione una realtà in rapido cambiamento.
Una realtà che riguarda anche la temperatura globale che continua a crescere. Ma una delle questioni ancora aperte riguarda la velocità con cui i cambiamenti si stanno producendo e, soprattutto, la portata delle loro conseguenze. È su questo terreno che la comunità scientifica italiana rivendica la necessità di lavorare insieme, condividere dati e competenze e mettere a sistema risultati che spesso arrivano da discipline diverse. Una collaborazione che diventa ancora più importante in vista del prossimo International Polar Year.
Tajani e Crosetto: l’Italia punta sulle aree polari
“Artico e Antartide sono sempre più centrali per il nostro futuro. Vogliamo rafforzare la presenza italiana in entrambe le regioni, valorizzando la nostra ricerca, le nostre competenze e il nostro saper fare. Il nostro deve essere un grande gioco di squadra tra Istituzioni, imprese, università e ricerca per rendere l’Italia sempre più protagonista in entrambe le regioni polari”, ha scritto nel proprio messaggio di saluto il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani. A cui ha fatto eco quello del ministro della Difesa Guido Crosetto.
“È cambiata la geografia della sicurezza. Oggi è sempre più difficile individuare un interesse nazionale che non sia collegato, direttamente o indirettamente, a ciò che accade anche molto lontano dai nostri confini. Le regioni polari ne sono un esempio. Sono territori estremi e lontani, ma rappresentano luoghi nei quali stanno avvenendo trasformazioni destinate ad avere conseguenze globali: sul clima, sulla ricerca scientifica, sulle tecnologie, sull’economia e, soprattutto nell’Artico, sugli equilibri strategici e sulla sicurezza euro-atlantica”.
Dalla ricerca all’infrastruttura strategica per le regioni polari
Insomma, pace e sicurezza diventano le parole chiave di una nuova attenzione verso il Nord del pianeta. Difendere e mantenere viva la presenza nelle regioni polari significa presidiare uno spazio strategico, ma anche costruire le condizioni per conoscerlo. E in questo senso la collaborazione scientifica diventa una forma di presenza: mettere insieme competenze, infrastrutture, dati e risultati per evitare che la competizione geopolitica prevalga sulla capacità di comprendere ciò che sta accadendo. “Il lavoro di questi tre giorni segna un passo importante verso una visione condivisa della ricerca pubblica italiana nelle regioni polari”, ha dichiarato il Presidente del CNR Andrea Lenzi.
“L’impegno del CNR nelle scienze polari affonda le proprie radici in decenni di ricerca, dati e conoscenze, sviluppati nell’ambito dei Programmi per l’Artico e per l’Antartide sostenuti dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Un patrimonio costruito sulla collaborazione, sul dialogo con le comunità indigene e sulla responsabilità di offrire risposte solide alle sfide ambientali e climatiche del presente e del futuro”. Una responsabilità che riguarda però anche la politica. La ricerca deve produrre dati solidi, verificabili e utilizzabili per orientare le decisioni; il sistema Paese deve, a sua volta, garantire investimenti e strumenti adeguati perché quelle conoscenze possano essere prodotte. È il passaggio dalla ricerca come patrimonio scientifico alla ricerca come infrastruttura strategica.
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