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Sociale

Contro il fragore di chi distrugge, l’armonia di chi costruisce

di Giulia Panasia -


Milano. In queste settimane non sono né il Duomo, né la Galleria, né la Scala a occupare le prime pagine dei giornali. Non c’è eleganza né sobrietà, ma caos, vetrine in frantumi, come la gioventù. Fiamme che ardono come la rabbia che le alimenta. Strade devastate, negozi saccheggiati, depredati come in tempo di guerra.

Perché tanto odio, verso la città, verso il bene comune? Delle persone portate in questura nel weekend del 17 e 18 ottobre, otto su dieci erano minorenni. Viene da chiedersi perché una manifestazione, che in una società civile è il modo in cui ci si batte per i diritti, abbia assunto una connotazione così violenta. C’è chi legge queste violenze come frutto dell’esasperazione e del carovita, espressione di un malessere giovanile che cova da tempo, nelle periferie, spesso descritte come dimenticate.

Dal carovita ai negozi saccheggiati: quando manca il senso civico

Eppure, questo malcontento è stato ignorato per anni, mentre la sua gravità si delineava sempre più chiaramente. Ma l’esasperazione cercherebbe i beni primari, non i brand. E chi ha fame non uscirebbe da un supermercato con bottiglie di alcol. Fare razzia, in questo caso, non è emblema di necessità, ma di puro vizio, la brama di ottenere ciò che non si può avere e di prenderlo con la forza. Basta un alibi per mettere a tacere la coscienza, il furto è giustificabile se a subirlo è chi può permettersi di sostenere i danni. È vero che, anno dopo anno, gli stipendi non tengono il passo con il costo della vita, sempre più pesante per via dei rincari di energia, gasolio, materie prime. Questo però, nell’ attuale complesso contesto geopolitico, non può giustificare atti contro chi difende l’ordine pubblico: agenti che di certo, con il loro stipendio, non possono permettersi vizi. Tacciare polizia o carabinieri di essere nemici significa schierarsi contro lo Stato. Se si alza la voce per tutelare i diritti pubblici, alzare le mani contro chi li garantisce dove può portare? All’anarchia.

E quando manca una guida, un riferimento, un indirizzo, il cittadino si ritrova allo sbando. Si saccheggiano i negozi per mandare il messaggio che lo Stato saccheggia i cittadini. Ma a saccheggiare i cittadini sono gli evasori, i ladri, i delinquenti, chi distrugge le città da teppista, depredando sé stesso e l’intera società. A danneggiare il cittadino è, prima ancora, la mancanza di senso civico. Si rischia che, per una minoranza, a rimetterci sia la maggioranza dei cittadini onesti.

Proteste legittime e falsi Robin Hood: chi ascolta chi sta in silenzio

Nelle piazze di oggi le ragioni delle proteste sono così diverse che si sovrappongono fino a confondersi. C’è chi manifesta per il carovita, chi per gli stipendi non adeguati, chi contro le guerre, chi per l’istruzione o la sanità pubblica. Motivi tutti legittimi, come è legittimo manifestare pacificamente, perché espressione stessa di democrazia. Ma se il popolo stesso non riesce a dare voce ai propri disagi e non cerca con i propri rappresentanti politici di avanzare proposte valide e costruttive, si rischia solamente di alimentare risentimento verso lo Stato.

E in questo frastuono di rabbia tracotante, chi presta attenzione a chi, silenziosamente nelle difficoltà di tutti i giorni, cerca di destreggiarsi? Il vero problema è che questi disastri danno risalto mediatico non a chi vive nell’ ombra, a chi è dimenticato, a chi dovrebbe essere difeso, ma a chi usa queste giustificazioni per atteggiarsi a falsi Robin Hood, che rubano ai ricchi per dare a sé stessi. Chi dovrebbe ricevere la giusta attenzione è chi rimane un buon cittadino e preferisce rimboccarsi le maniche piuttosto che distruggere. Una protesta o manifestazione fine a sé stessa, senza un impegno civico al cambiamento, è solamente palcoscenico. E uno spettacolo così indegno come quello andato in scena a Milano non merita repliche.

I giovani che costruiscono: accendere le luci su chi non fa rumore

I riflettori devono essere puntati sui ragazzi che lavorano per mantenersi agli studi, su chi paga le tasse per permettere a chi non ha le possibilità di accedere al welfare, su chi con sacrificio svolge il suo lavoro in modo onesto, su chi manifesta e prova a cambiare proponendo petizioni, soluzioni, proposte di legge, su chi fa volontariato in una mensa per poveri o in un terreno confiscato alla mafia. Non chiedono applausi né visibilità, costruiscono in silenzio un’Italia migliore tra mille ostacoli.

Se vogliamo che i giovani scelgano di costruire invece di distruggere, dobbiamo calare il sipario su chi distrugge e accendere le luci su chi costruisce. Anche chi costruisce è giovane, solo che non fa notizia. Raccontare chi lo fa silenziosamente, ma con impegno, dargli spazio, voce, eco nelle scuole, nei media, ma anche nei semplici quartieri. I ragazzi che non distruggono nulla stanno già raccogliendo i cocci di un Paese che è sempre riuscito a ricostruirsi. Forse è il momento di conceder loro il palco.

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