Sud, Sicurezza e Stipendi hanno bisogno di certezze
In una stagione segnata da crisi internazionali, tensioni strategiche e nuova pressione inflativa, la continuità dell’azione di governo non è un interesse di parte, ma una necessità. E proprio per questo sarebbe poco saggio consegnare il Paese all’incertezza. Non soltanto per ragioni di equilibrio politico, ma perché la stabilità delle istituzioni incide direttamente sulla capacità di proteggere le condizioni concrete della convivenza civile e della produzione. È qui che il tema della sicurezza rivela la sua natura più profonda. La sicurezza non è un accessorio del potere. È una condizione della libertà, della vita democratica, del lavoro, dell’impresa e dello sviluppo. Per questo non può essere ridotta né a propaganda né alla sola gestione dell’ordine pubblico.
Oggi significa tutela delle funzioni vitali della comunità nazionale, energia, trasporti, reti digitali, logistica, acqua, sanità, finanza, attività produttive. Quando questa trama si lacera, non arretra soltanto lo Stato nel presidio dei territori, ma si restringe la fiducia dei cittadini e si inibisce l’iniziativa d’impresa. Nella nostra democrazia esiste un baricentro che va riaffermato con chiarezza. Il Ministro dell’Interno è autorità nazionale di pubblica sicurezza e l’Amministrazione della pubblica sicurezza, civile ad ordinamento speciale, ne attua indirizzo e coordinamento.
È questo il disegno della legge 121, che a quarantacinque anni dalla sua approvazione conserva intatta la sua razionalità e non può essere oscurato da sovrapposizioni, tatticismi o ambiguità nella catena di comando. Il problema non è il profilo del singolo titolare di una funzione, né il gioco degli equilibri politici per il potere. Il problema è la piena libertà di esercizio della funzione stessa e la sua estensione reale nella catena di comando. Se queste certezze si fanno opache o intermittenti, si indebolisce non solo la capacità di prevenire il rischio, ma la credibilità delle tutele che l’ordinamento deve garantire. Per questo serve una riforma che renda più lineari direttive e comando, più effettivo il coordinamento e più moderna la macchina degli apparati di sicurezza.
Ma una riforma di natura attuativa esige anche un salto culturale e il superamento di una cultura corporativa e conservatrice che, sotto la superficie delle attribuzioni formali, continua talvolta a frenare il pieno riconoscimento dell’autorità di pubblica sicurezza e dell’unicità delle funzioni attribuite alla Polizia di Stato. Finché questo riconoscimento resterà soltanto nominale, e non si tradurrà in comportamenti coerenti, responsabilità definite e leale integrazione funzionale, continueranno a prodursi attriti, duplicazioni, inefficienze e zone grigie incompatibili con le risposte che i cittadini richiedono. Un aspetto che vale in particolare per il Mezzogiorno. Non è un caso che il Check-up Mezzogiorno 2025 di SRM-Confindustria descriva un Sud più dinamico e resiliente, indicando nella continuità delle politiche pubbliche e nelle regole la condizione per consolidare i risultati raggiunti.
E qui si misura una questione più grande, la funzione dello Stato nel libero mercato, che ha bisogno di certezze, tutela delle infrastrutture e libertà economica. Ma la democrazia sociale esige che la ricchezza prodotta non si concentri soltanto, ma si redistribuisca in diritti, salario, lavoro dignitoso e coesione. In questo equilibrio tra dinamismo del mercato e giustizia sociale lo sviluppo smette di essere promessa e diventa ordine civile. Una cornice entro cui si colloca il tema delle criticità del lavoro dei poliziotti e di tutti i lavoratori in uniforme, che la sicurezza la garantiscono ogni giorno e ogni notte, per le strade, come nei penitenziari.
Gli sgravi fiscali possono aiutare il valore delle buste paga, ma non sostituiscono rinnovi contrattuali coerenti con il costo reale della vita e con la valorizzazione professionale del personale di polizia, che può concretizzarsi solo attraverso il necessario finanziamento della specificità. La sicurezza si regge anche sulla dignità stipendiale di chi la rende possibile. Non bastano gli incrementi economici nominali, se poi il loro effetto viene eroso da inflazione, energia e trasporti. L’affidabilità professionale del personale passa anche dai modelli formativi, dalla qualità dell’organizzazione, dalla chiarezza delle responsabilità e da risorse coerenti con la natura usurante, rischiosa e delicata del servizio.
Perché uno Stato autorevole non chiede soltanto disciplina e fedeltà, ma riconosce fino in fondo il valore del lavoro di chi attraverso la sicurezza custodisce la legalità, sostiene la coesione sociale e difende i diritti e la libertà. È questa, in fondo, la lezione più nobile del meridionalismo democratico, non c’è solidità nazionale dove tutele, dignità e civiltà restano privilegio di alcuni e non diritto di tutti.
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