Resta aperta la questione vigilanza: nomine, canone e governance. La riforma Rai infiamma il Senato
La fine dell’anno si avvicina e come ogni ultimo trimestre che ci avvicina alla Legge di Bilancio, tornano come un ritornello i soliti tormentoni. In questo ottobre appena iniziato è, ancora una volta, la Rai a tornare al centro del confronto tra maggioranza e le opposizioni che, sul controllo del servizio pubblico, non hanno mai trovato (ancora) una quadra. Ieri la riforma della governance della Rai ha superato l’esame degli emendamenti in commissione al Senato e, ora, si prepara – dopo che martedì vi sarà il mandato al relatore Roberto Rosso – ad approdare in Aula.
Tuttavia, il passaggio parlamentare riaccende uno scontro famoso: quello che coinvolge nomine, finanziamento e indipendenza dell’azienda. Il centrodestra sta portando avanti e rivendicando una riforma che allunga a quattro anni il mandato del Cda e apre alla riduzione del canone, garantendo però alla Rai risorse equivalenti. Per le opposizioni – Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – invece, il nuovo assetto rischia di consegnare ancora più potere alla maggioranza di governo. Andando per gradi, il punto centrale della riforma riguarda, appunto, la governance e il fatto che l’amministratore delegato non sarebbe più nominato dal ministero dell’Economia, ma dal Consiglio di amministrazione. Anche il presidente verrebbe scelto dal Cda, secondo il meccanismo previsto dal testo, mentre il mandato del Consiglio e dell’Ad viene portato a quattro anni.
Tele-Meloni, M5S e Pd all’attacco della riforma Rai
Il Mef manterrebbe comunque la possibilità di indicare due componenti del Cda. Insomma, l’obiettivo sarebbe quello di sottrarre la scelta dell’Ad al rapporto diretto con l’azionista pubblico e garantire al vertice un orizzonte più lungo per programmare l’attività aziendale.
Ed è su questo punto che dai megafoni delle opposizioni è tornato lo slogan “Tele-Meloni”. A trainare il branco dei contrari ci sono i pentastellati, tra cui la senatrice Barbara Floridia. Con la riforma, dice l’ex presidente della Vigilanza Rai, i promotori “peggiorano il testo esistente” confermando che il governo “si occupa della Rai” e lo farà “anche nella prossima legislatura” nominando ora il Cda. Sulla stessa lunghezza d’onda il collega Luca Pirondini, che parla di una Rai “legata mani e piedi al governo”, annunciando opposizione “in ogni modo”. Il testo della riforma non piace neanche al Pd, che attacca il provvedimento sul terreno dell’autonomia del servizio pubblico.
Francesco Boccia accusa la maggioranza di voler mettere “le mani sul consiglio di amministrazione” e sostiene che la Rai non debba essere né “l’azienda della maggioranza” né “dell’opposizione”. Insomma, per il presidente dei senatori dem, il nuovo assetto non sarebbe coerente con le garanzie richieste dal Media Freedom Act e rischierebbe di aumentare il peso del governo sull’azienda.
Vigilanza e canone, le altre partite aperte in casa Rai
Una questione che si intreccia inoltre con quella, ancora irrisolta, della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai. Le opposizioni, dopo le dimissioni di Barbara Floridia dalla presidenza, hanno annunciato che non intendono rientrare nella commissione finché non sarà risolta la questione della sua composizione. Lo stesso Boccia ha parlato della possibilità di “alzare il livello della protesta” se i presidenti di Camera e Senato non interverranno. E non finisce qui, altro fronte, delicato, riguarda il canone. L’emendamento dei relatori approvato in commissione introduce la possibilità di utilizzare, accanto al canone, altre forme di finanziamento pubblico e stabilisce che un’eventuale riduzione del canone dovrà essere accompagnata da “altre corrispondenti forme compensative di finanziamento pubblico” per la Rai.
In altre parole, il testo non stabilisce oggi quanto verrà ridotto il canone e non prevede un taglio delle risorse destinate al servizio pubblico: se il gettito del canone dovesse diminuire, lo Stato dovrebbe compensare la differenza. Una garanzia per l’azienda, rivendica il relatore Roberto Rosso: “Non si potrà mai dare meno di quello che è stato dato l’anno prima”, ha spiegato il senatore di Forza Italia, sottolineando che un eventuale governo che decidesse di abbassare il canone non potrebbe contemporaneamente ridurre le risorse a disposizione della Rai. Ma nulla è ancora stato scritto, dopo il passaggio del prossimo martedì, 6 ottobre, toccherà all’Aula dove la riforma resta partita aperta.
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