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Sicurezza

Sicurezza, i modelli del passato per i precari del futuro

di Giuseppe Tiani -


Una legge di bilancio racconta quale Stato si intende costruire. Nella sicurezza pubblica rivela quanto la politica sia disposta a investire nella capacità delle istituzioni di proteggere le persone e garantire le libertà. Finanziare personale significa scegliere quali competenze formare, quali responsabilità affidargli e quale continuità assicurare alla presenza delle forze di polizia sul territorio. Nelle piazze, prefetti, questori e operatori di polizia, nelle rispettive competenze, devono tutelare il dissenso e impedire che la violenza sottragga ai manifestanti pacifici il diritto di esprimersi. Gli attacchi informatici alla distribuzione alimentare ricordano che persino la normalità della spesa dipende dalla protezione di infrastrutture invisibili.

Governare questa complessità richiede preparazione, esperienza e capacità di giudizio. La sicurezza democratica vive anche della competenza con cui si esercita l’autorità. È su questo terreno che la manovra presenta una contraddizione. L’articolo 93 introduce il carabiniere ausiliario della riserva volontaria, prevedendo la licenza media come titolo minimo di accesso, un corso di formazione non superiore a tre mesi e le qualifiche di agente di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria. Mentre crescono la complessità delle minacce e le responsabilità degli operatori, si apre un canale di reclutamento con una soglia di istruzione inferiore a quella ordinaria.

Una singolare idea di modernizzazione, che affronta le responsabilità del futuro recuperando i requisiti del passato. Il valore di una persona non si esaurisce nel titolo di studio. Generazioni di servitori dello Stato hanno costruito sul campo professionalità preziose. Il rispetto per quella storia impone di proseguirne l’evoluzione. La legge 121 del 1981 ha segnato una svolta democratica nell’ordinamento della pubblica sicurezza, accompagnata dalla crescita culturale e professionale del personale. Il riordino delle carriere e delle funzioni del 2017 ha rafforzato il percorso, introducendo il diploma superiore come requisito ordinario di accesso alle carriere iniziali. Tornare alla licenza media per una nuova figura dotata di poteri di polizia interroga il modello sul quale si vuole fondare l’esercizio dell’autorità. La cultura professionale permette di comprendere il contesto operativo, distinguere una minaccia, riconoscere una vulnerabilità e scegliere una condotta proporzionata.

Sono capacità necessarie quando si interviene sulla libertà e sulla dignità delle persone. La combinazione fra requisito scolastico ridotto, formazione breve e temporaneità del rapporto merita approfondimenti e confronto pubblico. La carenza di personale viene da lontano e denuncia un’insufficienza della programmazione. Abbassare la soglia culturale del reclutamento rischia di trasformare una difficoltà amministrativa in un arretramento istituzionale.

Anche la polemica sul protocollo formativo fra Carabinieri e Agenzia delle Entrate rivela quanto serva conoscere l’architettura della sicurezza. Nello scambio fra rappresentanze sindacali dell’Arma e della Guardia di finanza è emersa una confusione concettuale fra le funzioni attribuite ai Corpi e i poteri che la legge riconosce alle autorità di pubblica sicurezza, anche nell’accesso a determinate banche dati. Richiamare la convenzione fra Agenzia delle Entrate e Ministero dell’Interno come un precedente indistinto trascura questa differenza. L’accesso all’Archivio dei rapporti finanziari risponde a specifiche basi normative, finalità e abilitazioni, comprese quelle previste per il Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza e i Questori della Repubblica.

Un protocollo di formazione non trasferisce di per sé poteri, così come una convenzione di accesso non rende intercambiabili le attribuzioni. Cooperare richiede di conoscere questi confini. Le notizie sullo stop all’intesa attendono chiarimenti ufficiali, ma la discussione conferma quanto la preparazione debba guidare le scelte, dall’ingresso alla specializzazione. Per la Polizia di Stato, l’articolo 96 stanzia risorse e rinvia a successivi provvedimenti la disciplina degli ausiliari, lasciando aperte domande su compiti, preparazione e prospettive. Coprire bisogni permanenti con rapporti temporanei può consegnare i giovani a un futuro di precariato di Stato. La continuità delle istituzioni richiede organici commisurati alle funzioni, assunzioni programmate e una revisione dei tetti fissati dalla riforma Madia. I nuovi ingressi vanno valutati distinguendo il ricambio dei pensionamenti dall’incremento effettivo degli organici.

La manovra contiene anche interventi utili per il personale. Per la Polizia di Stato sono previsti circa 29,3 milioni annui dal 2027 per l’efficienza dei servizi e 19 milioni per gli straordinari arretrati. Pagare il lavoro già svolto adempie a un obbligo. La credibilità dello Stato dipende anche dalla regolarità con cui rispetta gli impegni verso chi sacrifica riposo e tempo familiare per assicurare i servizi. Nella stessa prospettiva rientra la previdenza dedicata alle giovani generazioni. Vincoli, rischi e condizioni d’impiego richiedono coerenza fra vita professionale e tutela pensionistica.

Concludere il confronto con risorse adeguate e tempi certi rende credibile il patto fra lo Stato e chi sceglie di servirlo. Da questa fiducia dipendono l’attrattività delle professioni e la conservazione delle competenze. Governo e opposizioni dovrebbero discutere la manovra partendo dalla qualità dello Stato che stanno preparando. Ascoltare chi conosce il funzionamento della sicurezza aiuta a misurare le conseguenze delle scelte. A una società più complessa occorre rispondere con istituzioni più competenti. La sicurezza del futuro non si costruisce rendendo precario il personale e recuperando dal passato requisiti che si era scelto di superare.

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