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Esteri

Bufera da 1,5 milioni sugli spot di Trump pagati dai contribuenti

L'amministrazione si difende: “È solo patriottismo”

di Cinzia Rolli -


Negli Stati Uniti è polemica dopo la decisione della Casa Bianca di finanziare con fondi pubblici una serie di spot televisivi incentrati sulla figura di Donald Trump. L’iniziativa, costata finora almeno 1,5 milioni di dollari dei contribuenti, ha scatenato la dura reazione delle opposizioni e sollevato forti malumori persino all’interno dello stesso partito repubblicano, a poche settimane dalle imminenti elezioni di metà mandato.

I Democratici accusano apertamente l’amministrazione di appropriazione indebita, definendo l’operazione un vero e proprio “furto” di risorse statali utilizzato a fini di propaganda elettorale. Al contrario, la Casa Bianca difende la legittimità dei filmati, descrivendoli come semplici annunci di interesse pubblico volti a promuovere l’orgoglio nazionale.

Da dove nasce la polemica?

La polemica ruota attorno a tre spot pubblicitari diffusi sulle reti televisive nazionali, trasmessi soprattutto nelle fasce orarie di massimo ascolto, per esempio durante le partite di football americano. Il primo spot della campagna mostra clip di Trump parlare sulla sconfitta del comunismo, alternate a scritte che promuovono storici tagli fiscali, il rilancio del settore manifatturiero e la difesa di legge e ordine.

Il secondo mostra riprese panoramiche notturne del Monte Rushmore e immagini del Tycoon sul palco. L’audio, tratto dal discorso per il 250° anniversario degli USA, celebra la grandezza e i trionfi della nazione, concludendosi con la promessa dell’inizio di una nuova età dell’oro dell’America.

Ma la critica maggiore riguarda il terzo video di 30 secondi intitolato “Love Me”. Nel filmato, Donald Trump viene mostrato mentre cammina lungo un corridoio, con immagini intervallate da estratti di suoi interventi in cui si scaglia contro i sostenitori delle guerre, i comunisti e i mondialisti. L’elemento che ha scatenato la bufera è la frase con cui si chiudono gli spot, che recita testualmente: “Pagato dal governo degli Stati Uniti”.

Il precedente

A rendere la vicenda ancora più controversa è un precedente sollevato dalle opposizioni: lo stesso identico video, il terzo, era già stato pubblicato da Trump nel 2024 sulla sua piattaforma Truth Social. In quell’occasione, tuttavia, il filmato era contrassegnato regolarmente come una propaganda elettorale finanziata dal suo comitato politico, e non con i soldi dei contribuenti.

La Casa Bianca difende con fermezza la legittimità della campagna, respingendo ogni accusa di propaganda elettorale o di violazione delle leggi federali che vietano l’uso di fondi pubblici per scopi politici. I portavoce della presidenza sostengono che i filmati non siano spot elettorali, bensì “annunci di servizio pubblico” (Public Service Announcements o PSA) a carattere strettamente educativo e istituzionale.

Le difese

“Non lasciate che le Fake News la facciano franca con le loro bugie sui nostri epici annunci di servizio pubblico che sono andati in onda in TV,” ha scritto domenica il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung su X. A sostegno di questa posizione, l’amministrazione Trump e i suoi funzionari pongono l’accento su alcuni argomentazioni in particolare.

La difesa tecnica poggia sul fatto che nei video non viene mai pronunciato alcun esplicito invito al voto, né si chiede il sostegno finanziario a un partito. I portavoce sottolineano inoltre che il presidente Donald Trump non è direttamente presente sulle schede elettorali per le imminenti elezioni di metà mandato.

I contenuti degli spot

Secondo l’amministrazione, i contenuti degli spot, incentrati sulla promessa che “l’America non sarà mai un paese comunista” e sulla celebrazione dei tagli alle tasse o della rinascita manifatturiera hanno un puro scopo educativo, patriottico e di promozione dell’orgoglio nazionale. Inoltre, per difendere la campagna, la Casa Bianca ha citato spot istituzionali di precedenti amministrazioni: Bush per la legge Medicare, Obama per i sussidi dell’Affordable Care Act e Biden per le vaccinazioni anti-COVID-19.

L’episodio ha creato forte imbarazzo e malumori anche all’interno dello stesso Partito Repubblicano. Il leader dei conservatori in Senato, John Thune, pur dicendosi d’accordo con il messaggio patriottico, ha ammesso chiaramente che lo spot “non dovrebbe essere pagato dai contribuenti”. Sulla stessa linea il senatore repubblicano John Cornyn.

Con i Democratici che promettono battaglia legale per accertare la regolarità della spesa e la Casa Bianca ferma nel rivendicare la natura istituzionale degli spot, spetterà agli organi di controllo federali stabilire la linea di confine tra informazione di Stato e propaganda elettorale.

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