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Cronaca

Stroncone, Fatiha El Afghani non ce l’ha fatta: morta cinque mesi dopo le martellate sul bus

Terni, ennesimo femminicidio. La vittima aveva 44 anni. Il marito era stato sottoposto al divieto di avvicinamento verso la donna e al braccialetto elettronico. Nonostante queste misure, Faitha El Afghani è stata uccisa lo stesso.

di Priscilla Rucco -


Ha resistito per oltre cinque mesi in un letto d’ospedale, ma le ferite alla testa non le hanno lasciato alcuna possibilità di sopravvivere. Fatiha El Afghani, 44 anni, originaria del Marocco, è morta nella notte tra domenica 18 e lunedì 19 ottobre all’ospedale Santa Maria di Terni. Era ricoverata dal 9 maggio, il giorno in cui, secondo gli inquirenti, il marito Mohamed El Messaoudi l’aveva colpita ripetutamente con un martello a bordo di un autobus di linea a Santa Lucia – frazione di Stroncone – piccolo centro a pochi chilometri dal capoluogo. La coppia si era sposata in Nord Africa e si era poi trasferita in Italia.

Il ricovero

I soccorritori avevano compreso fin da subito che il trauma cranico era gravissimo. Trasportata in elisoccorso, intubata e in pericolo di vita, la donna è stata operata d’urgenza e assistita prima in rianimazione, poi in neurochirurgia, senza mai riprendersi: le lesioni cerebrali si sono rivelate irreversibili. La Procura di Terni dovrebbe ora disporre l’autopsia, accertamento necessario per stabilire con certezza il legame tra i colpi subiti e il decesso.

La ricostruzione dei fatti

Era il primo pomeriggio di sabato 9 maggio. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’uomo era salito a Terni, in viale Filippo Turati, sul bus della linea 22 partito alle 13.10 dalla stazione ferroviaria. Aveva convalidato il biglietto e si era seduto in fondo, accanto a un finestrino.

La moglie, che lavorava come badante presso una famiglia della zona, era salita più avanti, alla fermata vicina a un’edicola di Santa Lucia, appena terminato il turno. Non aveva fatto in tempo a sedersi: il marito l’aveva afferrata tentando di toglierle il cellulare, poi aveva estratto il martello, un attrezzo portato con sé e non quello d’emergenza del mezzo, e l’aveva colpita ripetutamente alla testa. La giovane conducente aveva fermato il mezzo e aperto le porte. L’aggressore era sceso ma, stando agli accertamenti, sarebbe poi risalito bloccando la chiusura delle porte per infierire ancora, prima di allontanarsi a piedi sotto gli occhi increduli e sconvolti dei passeggeri.

La fuga e il fermo

Nella fuga El Messaoudi si era disfatto del martello e del braccialetto elettronico, ritrovati entrambi dai carabinieri a breve distanza dal bus. Le ricerche, condotte con un ampio dispiegamento di uomini e di mezzi ed estese anche fuori regione, si erano chiuse la mattina del 12 maggio, quando l’uomo era stato riconosciuto e bloccato in un bar del territorio di Stroncone, dove si era fermato per la colazione. Il procuratore Antonio Laronga aveva firmato il decreto di fermo già il giorno dell’aggressione, con l’accusa di tentato femminicidio pluriaggravato. Da allora l’uomo, operaio che all’epoca dei fatti aveva 42 anni, rientrato a Terni da circa un mese dopo un periodo di lavoro nel Nord, è detenuto in carcere.

I segnali prima dell’aggressione

Quella di maggio non era la prima violenza che Fatiha El Afghani aveva subito. L’11 aprile scorso i carabinieri avevano arrestato El Messaoudi  mentre si trovava in casa per maltrattamenti in famiglia e lesioni. A chiamare il 112 era stata la figlia adolescente della coppia, testimone dell’ennesima lite, nata per questioni economiche dopo che lui aveva lasciato il lavoro. La donna era stata medicata in ospedale con una prognosi di tre giorni. Il giudice aveva convalidato l’arresto, disponendo l’allontanamento dalla casa coniugale, il divieto di avvicinamento alla moglie e il braccialetto elettronico. Misure che, come troppo spesso accade, non sono bastate. Sul funzionamento del dispositivo sono stati avviati accertamenti, ma lo stesso Laronga aveva spiegato che, anche con un allarme regolarmente scattato al momento in cui la donna era salita sul bus, le forze dell’ordine non avrebbero avuto il tempo di intervenire.

Cosa rischia ora l’assassino?

Con la morte di Fatiha la posizione del marito si aggrava. L’accusa potrebbe diventare quella di femminicidio, il reato autonomo introdotto nel codice penale dalla legge 181 del 2025, in vigore dal 17 dicembre 2025 e punito con l’ergastolo. La norma colpisce chi uccide una donna come atto di controllo, possesso o prevaricazione. Sarà il processo a stabilire le responsabilità dell’uomo. Restano una figlia – che ora è rimasta senza madre e con un padre in carcere – che aveva chiesto aiuto e una domanda che si ripete ogni volta che avviene un caso di cronaca nera simile: perché una donna che doveva essere protetta dallo Stato,tramite un braccialetto elettronico e un divieto di avvicinamento nei confronti del marito non è stata salvata?

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