Tinto Brass quando anche il voyeurismo aveva classe
Il maestro
Tinto Brass aveva capito ciò che certa televisione sembra aver dimenticato. Frugare nell’intimità altrui richiede talento, ironia e senso del limite. Lui, morto a 93 anni, aveva fatto fortuna sbirciando dal buco della serratura, conquistando un’Italia che si scandalizzava davanti ai suoi film e poi faceva la fila al cinema.
Libertino colto, cresciuto nell’avanguardia, conosceva la differenza fra erotismo e curiosità da portinaia. Con La chiave aveva trasformato Stefania Sandrelli in un’icona del desiderio; Miranda, Paprika e Così fan tutte avevano dato corpo alle fantasie di un Paese impacciato davanti al sesso. Prima erano arrivati Salon Kitty e Caligola, a ricordare che dietro la passione per i fondoschiena c’era un regista colto.
Aveva capito da tempo che l’epoca dello spioncino era finita, travolta dai guardoni beceri di OnlyFans e da un mercato che aveva sostituito l’arte dell’erotismo con la macelleria un tanto al chilo. Persino la trasgressione, ai suoi tempi, pretendeva una regia.
Dopo la scomparsa della prima moglie Carla Cipriani aveva ritrovato l’amore accanto a Caterina Varzi, sposata nel 2017. Gli ultimi anni, segnati dalla malattia, lo avevano visto isolato nella casa di Isola Farnese, dove le frane avevano complicato gli spostamenti. Un epilogo amaro per chi aveva fatto della libertà il proprio vizio preferito. Davanti a certi interrogatori televisivi sulle mutande altrui, probabilmente avrebbe chiesto almeno un po’ di fantasia.
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