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Politica

Tra guerra e pace: la situazione della politica

Nella confusione politica internazionale, si evidenzia che la geopolitica è sempre più dominata da autocrazie e dinamiche mercantili.

di Vincenzo Viti -


Impressiona e fa discutere la radicalità che va assumendo il dibattito su “guerra e pace”, tema tolstojano che divide il campo della cultura e della politica fino a coinvolgere più direttamente il Pd producendovi una frattura non solo politica ma generazionale. 

Vediamo come. A partire proprio dal vulnus che influenza i meteorismi di un partito  dislessico giacché declina lingue  insostenibili. 

Si guardi la  norma che in Costituzione collega le inderogabili della difesa della Patria con il fermo ripudio della guerra come soluzione delle controversie. Si tratta di due istanze morali assolute ed ugualmente impegnative. 

Soprattutto da non sovrapporre ma da leggere coordinatamente cioè in una chiara e onesta consecutio logica. Nel senso che il doveroso ripudio della guerra non potrebbe rendere teorica eventuale o retorica la primaria urgenza di difendere “irrevocabilmente” la Patria.

Si tratti della nostra Patria oppure di quella immaginata e condivisa quale l’ Europea, che ebbe grandi Padri Costituenti. Una realtà, quella Ucraina, a sinistra con a destra chiaramente misconosciuta quando la si confina a mera fastidiosa bega territoriale (finora costata migliaia di morti). Leggiamo addirittura di inviti alla “diserzione” di fronte a doveri di solidarietà che sono inderogabili.

Anche se dai tutto legittimo è spendere ogni energia per una pace giusta e che regga su basi non friabili.

La verità è che viviamo in un Paese privo di una riconoscibile politica estera. Un grande europeista e Ministro degli Esteri come Emilio Colombo ci ricordava come solo una vera coerente politica estera rendesse autorevole e forte una nazione e  come  in essa in fondo si rappresentasse la sovranità (altro che sovranismo!) di un grande Paese.

 Non erano tempi da Italietta da guardare con indulgenza o empatia. 

Preoccupa oggi soprattutto il prevalere quanto mai antiquato, tattico e furbesco di un fervido rumoroso antibellicismo, di  un pacifismo irenico tutto speso in giochi di  politica interna che mescola autentiche aspirazioni alla pace (che non reggono senza giustizia e rispetto della libertà dei popoli) con una ostinata mormorazione pacificatoria. Che perora un diplomatismo senza vera diplomazia.

Nel dramma ucraino ed europeo salverei, infine, in parallelo solo Meloni e Schlein: le due figure simmetriche in competizione la cui coerente postura in favore del popolo aggredito è costretta a convivere con due inquietanti e paralleli populismi e putinismi. 

È tutta qui la fototessera del Paese irrisolto. A cui (oso dire) manca una Democrazia Cristiana dei nuovo millennio, insieme partito stato e partito società. Quanto mai necessario in un mondo in dissipazione e un’Europa da ripensare con un progetto ambizioso e dentro una salda cornice federale. Una forza in grado di contare dentro la nuova geopolitica dei mondi post trumpiano sempre più dominato da autocrazie e dinamiche mercantili.  

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