L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Segui i soldi, ecco chi ci guadagna con Hormuz

di Adolfo Spezzaferro -


Si sa, c’è sempre una narrazione ufficiale che accompagna ogni guerra: sicurezza da assicurare, valori da difendere, equilibrio geopolitico da ristabilire. Ma – come si suol dire – basta seguire il denaro per accorgersi che, sotto la superficie, il detonatore è sempre lo stesso. Il quadro è talmente chiaro che non ammette alibi e dovrebbe scatenare i dovuti allarmi: mentre il conflitto in Iran destabilizza i mercati energetici e ridisegna gli equilibri internazionali, i grandi trader di greggio registrano profitti record. Ma, appunto, non è un effetto collaterale, è parte del sistema. La storia si ripete. Dalla crisi petrolifera degli anni Settanta fino alle tensioni più recenti, ogni shock sull’offerta si traduce in un’opportunità per chi controlla snodi e flussi. La chiusura dello stretto di Hormuz, con il suo impatto immediato sui prezzi, non è solo un fatto strategico: è un moltiplicatore di valore. Il barile che schizza a cifre astronomiche per Paesi come lo Sri Lanka non racconta solo scarsità, ma una redistribuzione violenta della ricchezza. Qualcuno paga, qualcuno incassa. E chi incassa lo fa spesso lontano dai fronti. In Svizzera, nei centri finanziari dove si incrociano commodity e capitali, si accumulano utili miliardari mentre altrove si contano i costi sociali. È qui che la guerra rivela la sua dimensione meno dichiarata: non solo distruzione, ma anche concentrazione di ricchezza. I margini per barile, normalmente risicati, diventano improvvisamente enormi. È il paradosso di un sistema che trasforma l’instabilità in rendita. Non stupisce allora che crescano le tensioni politiche e sociali attorno a questi guadagni. Le richieste di maggiore tassazione o trasparenza non sono solo questioni etiche, ma tentativi di riequilibrare un meccanismo che appare sempre più sbilanciato. Eppure, ogni intervento si scontra con la realeconomik (scusate l’ardito neologismo, ma rende l’idea), con capitali e operatori pronti a spostarsi dove le regole sono più leggere, come dimostra il precedente trasferimento verso Dubai dopo le sanzioni alla Russia. Alla fine della fiera, la domanda che ci viene è sempre quella: le guerre sono davvero combattute per le ragioni dichiarate o per ciò che producono in termini economici? La risposta non è mai univoca, ma i dati suggeriscono una costante. Finché il conflitto continuerà a generare profitti così elevati per alcuni attori, sarà difficile considerarlo solo una tragedia da evitare. Per qualcuno, è l’affare del secolo.


Torna alle notizie in home