Trump tra finzione e realtà
Credo che abbia qualche ragione chi, dubitando della effettività dell’attentato, ha osservato come Trump appaia non sappiamo se “pazzo” oppure “fesso”. E per queste ragioni si presti a scherzi insieme malevoli e divertenti.
È il paradosso di una America “liquida” nella versione dell’ultimo Bauman. Si tratterebbe nient’altro che di una recitazione con modalità western. Di versatilità non ignota al tycoon che da giovane arbitrava in televisione scommesse a prova di licenziamento. Sono fra le troppe ragioni che militerebbero per la immortalità del condottiero, per la terza volta salvo al sospettabile (questa volta “gentile”) aggressione. Si sospetta anche perché intimo al Padreterno quindi garantito dalla Grazia. Tutto insomma congiurerebbe a sottrarlo alla follia delle armi diffusa nel continente dell’odio e a iscriverlo nel mistero che avvolge e riscatta eroi e semidei.
Si tratta, nel nostro caso, solo di un pensiero molesto? E se invece piuttosto che di un pazzo (non privo di talenti e di metodo) si trattasse davvero di un “fesso”? Capitato magari nel paese dei giocattoli e abbagliato dalla immensa libertà di disporre di mosaici e di lego da comporre con la destrezza e con la libido del costruttore immobiliare (che è stato il mestiere di famiglia)? Costruttore di nuovi imperi e non di quartieri? Un cambio di scala?
Paiono domande banali forse ispirate dall’eterno film che illustra la America passata dalla favola al disincanto. Lontanissima sia dell’epica Toquevilliana che dal grande cinema di avventura. Mondi remoti che scoloriscono oggi sotto i colpi della grottesca commedia trumpiana. Quanto diversa, più triste di quella, premiatissima, del Forrest Gump che reggeva sul candore e sulla sua innocenza. E che trionfava in un mondo illuminato a quel tempo da una intelligenza discreta e sorniona. Oggi scomparso, almeno così sembra.
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