Scaricare Zelensky è il vero dovere dell’Europa
Continuare a ripetere che il destino dell’Occidente si decide nelle trincee del Donbass, dipingendo la resistenza di Zelensky come il baluardo intoccabile della democrazia liberale, non è soltanto un esercizio di retorica fuori dalla realtà. Significa votarsi alla perpetuazione di una mattanza atroce, un crimine politico e morale che alimenta una carneficina senza alcuna realistica prospettiva di vittoria.
Paragonare Kiev alla roccaforte dei valori occidentali vuol dire negare l’evidente natura utilitaristica negli obiettivi di uno dei regimi più corrotti del pianeta, lacerato da faide interne, scandali di tangenti e da una gestione autocratica di sudvietnamita memoria. Un governo fantoccio che, nonostante miliardi di euro bruciati e un flusso ininterrotto di armi, non ce l’ha fatta e non ce la farà mai.
A sinistra, anziché riscoprire la nobile e autentica tradizione del pacifismo, si assiste oggi a un capovolgimento grottesco in cui si sventolano bandiere di guerra, dimenticando la lezione dei grandi statisti del passato. Se la destra liberal che ha storicamente coltivato l’illusione di poter esportare i diritti umani a colpi di cannone, almeno dimostra una certa coerenza nella stupidità; la sinistra, anche quella liberal, dovrebbe prendere esempio dalla lucidità di un J.F. Kennedy. Lui asseriva che è impossibile vincere un conflitto senza la convinzione profonda del popolo e senza la sua fiducia nella giustizia di una causa, che spetterebbe a un governo legittimo conquistare, non a una nomenklatura di burattini, elevati a governanti tramite il supporto di governi stranieri.
Le cifre nascoste della guerra e il prezzo per l’Europa
Le cifre di questa catastrofe sono sotto gli occhi di tutti, tranne di chi sceglie di non vedere. Qual è il reale tasso di diserzione in Ucraina? Quanti cittadini fuggono ogni giorno da un arruolamento coatto che li spedisce al macello? Quanto questi bastardi dei distretti di arruolamento si arricchiscono, prendendo tangenti da chi vuole salvare la pelle?
E vogliamo ricordarci dei roghi di Odessa, delle violenze sistematiche contro la popolazione russofona e della vera paternità di quel colpo di Stato mascherato da rivoluzione democratica che fu Piazza Maidan?
Continuare a foraggiare questa macelleria messicana nel cuore dell’Europa, significa solo fare il gioco dei fabbricanti di cannoni e di quei poteri forti che speculano sul sangue, fregandosene del fatto che l’Europa intera sprofonda verso un inverno energetico drammatico, strangolata da sanzioni che puniscono i nostri cittadini anziché mettere in ginocchio Mosca.
Mentre in Europa il grottesco Macron e gli altri leader di cartone continuano a soffiare sul fuoco per distogliere l’attenzione dai disastri interni e dai mercati finanziari in ebollizione, e la presidenza, meramente formale, di Ursula von der Leyen pontifica nel vuoto, la realtà bussa alla porta.
Zelensky, il vero pericolo per la democrazia
Posizioni di buon senso non arrivano più solo da figure come Giuseppe Conte o Roberto Vannacci, a cui da tempo si è aggregato Matteo Salvini, ma trovano voce nell’analisi lucida e tagliente di intellettuali del calibro di Massimo Cacciari.
Nel resto del panorama mediatico e politico, invece, tutti felici per la guerra, sebbene da qualche mese, chi più e chi meno, inizi a fiutare l’inversione di rotta e cerchi di correre ai ripari; magari restando in silenzio.
Al di là di queste conversioni opportunistiche, assistiamo a un vero e proprio coro di prefiche che fanno i cantori acritici di Zelensky, dipingendolo eternamente come vittima e negando ogni visione obiettiva.
Qui si consuma il vero attentato alla democrazia liberale occidentale. Infatti il vero pericolo non è Vladimir Putin, giacché una guerra nucleare non la vuole nessuno.
Il vero pericolo mortale per le nostre democrazie è la totale assenza di un’informazione veramente libera e pluralista. Ciò che minaccia la democrazia liberale è il pensiero unico, sono i cori unisoni che ricordano sinistramente il Ministero della Cultura Popolare di Regime.
Chi oggi fa finta di niente, applaudendo i mercanti di morte in cambio della loro benevolenza, farebbe bene a ricordare che gli strateghi da caffè che un tempo promettevano la vittoria in Vietnam sono finiti tra le pagine più ingloriose della storia, presto dimenticati e travolti dalla verità dei fatti. La luce in fondo al tunnel non si vedrà finché non avremo il coraggio di voltare pagina, spegnendo i megafoni della propaganda e smettendo di sostenere l’insostenibile.
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