La scuola non è più ascensore sociale: decide la famiglia in cui si nasce
Tra i giovani di 25–34 anni, il 63% di chi ha almeno un genitore laureato consegue a sua volta un titolo universitario, mentre solo il 15% dei figli di genitori senza diploma arriva all’università, con un divario di 48 punti percentuali
In Italia, la scuola non è più un ascensore sociale: a decidere, la famiglia in cui sei nato. L’istruzione non genera le diseguaglianze ma non le affronta e semplicemente le eredita. A parlare chiaro, senza possibilità di equivoco, Education at a Glance 2025 dell’Ocse. Tra i giovani di 25–34 anni, il 63% di chi ha almeno un genitore laureato consegue a sua volta un titolo universitario, mentre solo il 15% dei figli di genitori senza diploma arriva all’università, con un divario di 48 punti percentuali, superiore alla media Ocse.
La scuola non è più ascensore sociale
Ciò significa che il capitale culturale di partenza pesa più dell’impegno individuale e che la probabilità di “salire” la scala sociale attraverso l’istruzione è oggi fortemente stratificata.
Gli adulti italiani mostrano inoltre livelli di alfabetizzazione sotto la soglia minima nel 37% dei casi, contro una media Ocse del 27%, evidenziando che il sistema non riesce a compensare le differenze iniziali.
La dispersione scolastica precoce è ancora superiore alla media europea, con conseguenze dirette sulle prospettive occupazionali e sui redditi. Chi si ferma alla licenza media guadagna in media metà di chi completa la laurea e rischia contratti instabili e lavori poco qualificati.
I percorsi formativi
Un altro indicatore chiaro del blocco dell’ascensore sociale è la distribuzione dei percorsi scolastici. I figli di famiglie istruite tendono a concentrarsi nei licei, porta privilegiata all’università, mentre chi proviene da famiglie con basso titolo di studio viene spesso indirizzato verso istituti tecnici o professionali con minori possibilità di prosecuzione.
Nei quartieri popolari di Tor Bella Monaca a Roma o di Barriera di Milano a Torino, per esempio, gli studenti con famiglie a basso titolo di studio frequentano in larga parte percorsi con basse prospettive universitarie, nonostante capacità individuali elevate. E i docenti raccontano di ragazzi che “scegliendo percorsi più brevi per entrare prima nel mercato del lavoro” finiscono per rinunciare a opportunità formative più elevate.
Sul piano economico il divario è altrettanto netto: secondo le statistiche ufficiali un laureato italiano guadagna in media oltre il 40% in più di chi possiede solo un diploma e quasi il doppio di chi non ha completato la scuola secondaria superiore, un effetto cumulativo che si riflette per decenni su redditi, stabilità lavorativa e qualità di vita. Le famiglie istruite investono risorse in tutoraggi, ripetizioni e centri di preparazione. Quelle più fragili, pur volendo il meglio, spesso non dispongono di strumenti per orientarsi efficacemente.
L’accesso agli studi
Un altro modo in cui si manifesta il blocco dell’ascensore sociale in Italia è nell’accesso agli studi fortemente influenzato dal tipo di scuola secondaria frequentata. Oltre il 70% degli studenti provenienti da licei si iscrive all’università, contro meno del 15% di chi proviene da percorsi professionali, evidenziando come strutture di istruzione diverse generino esiti profondamente diversi nella mobilità educativa.
La dispersione
Differenze che si riflettono anche nei tassi di abbandono scolastico precoce: secondo dati Istat, nelle famiglie con un basso livello di istruzione il tasso di abbandono può raggiungere circa il 25% ma scende drasticamente tra i giovani con almeno un genitore laureato, attestato al 2%. Una forte correlazione tra contesto familiare e continuità del percorso educativo. Sul piano territoriale, una dinamica ulteriormente accentuata. Regioni del Mezzogiorno presentano tassi di abbandono e di scarsa prosecuzione degli studi più elevati rispetto al Nord. Disparità geografiche che si traducono in esiti occupazionali e sociali molto diversi nella fase adulta.
Il progetto Memo
Un elemento concreto per raccontare l’effetto dell’origine familiare, nel progetto Memo – Merito e Mobilità Sociale, promosso dalla Rete Merita e finanziato con fondi Pnrr, che ha coinvolto oltre 600 studenti delle scuole superiori con genitori senza laurea in un percorso di orientamento intensivo. Tra i partecipanti, circa il 90% ha scelto di iscriversi all’università, una quota significativamente più alta rispetto alla media nazionale per studenti di pari provenienza familiare. Risultato che, pur riguardando un campione selezionato per merito, conferma che un accompagnamento mirato può spostare effettivamente le traiettorie educative.
La mobilità educativa
Numeri che non sono fenomeni isolati, ma confermati in analisi più ampie. In Italia la mobilità educativa resta tra le più basse in Europa e la scuola, pur essendo formalmente aperta a tutti, fatica a garantire pari opportunità di accesso e di completamento degli studi. La quota di giovani italiani con titolo terziario è cresciuta negli ultimi anni ma rimane sotto gli obiettivi europei.
Perché il sistema di percorsi secondari incide pesantemente sulla probabilità di proseguire gli studi.
Dinamiche che non sono solo statistiche astratte ma hanno impatti concreti sulla vita delle persone. La difficoltà di conseguire un titolo universitario per chi nasce in famiglie senza istruzione si traduce in redditi più bassi, più alta precarietà lavorativa e minori opportunità di carriera rispetto a coetanei con background familiare più privilegiato.
In questo senso, la mobilità sociale attraverso l’istruzione, un tempo considerata un pilastro del merito, appare oggi fortemente ostacolata dai meccanismi di trasmissione delle disuguaglianze intergenerazionali. Una fotografia finale semplice e scomoda: così, l’Italia spreca potenziali talenti.
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