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Economia

Lo Stato ha “finito” con Mps, Meloni saluta e Lovaglio rilancia

La premier a Bloomberg: "Il nostro ruolo è finito", gli obiettivi della banca

di Cristiana Flaminio -


Giù il sipario (dello Stato) su Mps. Detta meglio: siamo alla fine dell’avventura “pubblica” in Mps. Ricordate? Era una notte buia e tempestosa, a Rocca Salimbeni. Quando lo spettro del crac si aggirava, tenebroso, sulla più antica banca italiana. L’acquisizione di Antonveneta, un buco da venti miliardi dal 2008. E poi, a complicare tutto, la morte di David Rossi. Fu necessario lanciare una zattera di salvataggio a Monte dei Paschi. Perché altrimenti chissà cosa sarebbe potuto accadere all’intera galassia creditizia italiana. Che, allora, non era forte quanto lo è adesso. Nel pieno rispetto delle regole Ue, e come era già accaduto o sarebbe accaduto altrove (vedi la Germania con Commerzbank), lo Stato decise di impegnarsi in prima persona. Mettendoci soldi pubblici in cambio, naturalmente, di partecipazioni. Che, lentamente ma inesorabilmente (sennò Bruxelles si sarebbe infuriata di brutto), sono state cedute sul mercato. Non senza polemiche.

Lo Stato “ha finito” con Mps

Ora la Repubblica italiana è proprietaria solo del 4,9% del capitale sociale di Rocca Salimbeni. Soglia che, come ha riferito Meloni a Bloomberg, “non ci dà la possibilità di esercitare influenza sulla governance”. In pratica, come ha detto la premier, “il ruolo del governo è terminato”. Niente più esponenti del Mef o della parte pubblica nel Cda. Anche, o forse soprattutto, perché oggi Mps “è una realtà solida”. Il dossier, dunque, è chiuso. Non lo è per la politica che, chiaramente, si infervora. Rocca Salimbeni ha recitato una parte fondamentale nella commedia del risiko bancario. Su cui, adesso, indaga la magistratura. Infiammando, ulteriormente, lo scontro. Che, ieri, s’è “limitato” (oltre a ricordare l’inchiesta e le accuse di interventismo del governo) a criticare la scelta di Meloni di parlare a borse aperte.

La reazione dei mercati, i numeri di Lovaglio

I mercati, infatti, non hanno reagito benissimo all’addio dello Stato: il titolo è arrivato a perdere fino al 6,7%. Eppure, proprio ieri, l’ad Lovaglio aveva presentato i conti, in ordine, della banca. Arrivando a promettere, da qui al 2030, fino a 16 miliardi di dividendi per gli azionisti e a utili intorno ai 3,7 miliardi. Lovaglio, poi, ha annunciato che il 10 marzo prossimo ci sarà il piano di fusione con Mediobanca. Il brand rimarrà e, anzi, sarà valorizzato ha promesso l’amministratore delegato: “Insieme, Banca Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca rafforzano l’eccellenza della tradizione bancaria italiana, combinando la solida rete commerciale di Mps con la cultura di advisory altamente riconosciuta di Mediobanca, il cui brand e le cui competenze vengono preservati come pilastro fondamentale del nostro Gruppo”, ha affermato Lovaglio.

L’inchiesta sul risiko bancario

Che, in queste ore, era finito al centro delle polemiche per le dichiarazioni del magistrato Roberto Pellicano alla Commissione banche in Senato. Secondo il pm milanese che indaga sul risiko bancario, Lovaglio avrebbe dato “un supporto fondamentale” al “concerto” tra Delfin e Caltagirone proprio in merito all’operazione che ha riguardato piazzetta Cuccia. Accuse a cui ha replicato l’avvocato Giuseppe Iannaccone, che assiste proprio Lovaglio: “Gli atti e la documentazione che ho esaminato confermano, a mio avviso in modo inequivocabile, che egli ha operato nel rigoroso rispetto della legge e nel costante perseguimento dell’interesse della Banca. Non ho alcun dubbio che la totale estraneità di Luigi Lovaglio a qualsiasi ipotesi di reato emergerà, con assoluta chiarezza, quanto prima”.


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