Disabilità: come cambia con il “Progetto di Vita”
Nelle province pilota, il tempo che intercorre tra la domanda dell'utente e l'approvazione delle prestazioni si è già ridotto mediamente di un terzo
Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità
Non c’è la retorica a segnare il passo della nuova stagione delle politiche sulla disabilità in Italia con il “Progetto di Vita”. Nel primo bilancio dell’Autorità Garante per i diritti delle persone con disabilità, presentato alla Camera dal presidente Maurizio Borgo, i numeri e una fotografia nitida.
Il “Progetto di Vita”
In passato, interventi frammentati e puramente assistenziali. Oggi, l’avvio di un percorso strutturale che punta a cambiare il dna del welfare nazionale. Al centro di questa trasformazione, il “Progetto di Vita”, un modello che sta dimostrando, dati alla mano, che la strada intrapresa è quella corretta, pur non nascondendo le profonde ferite di un sistema che deve ancora essere sanato.
Il dato più concreto, la riduzione del carico burocratico. Nelle zone dove la sperimentazione è entrata nella fase operativa, si registra una contrazione del 30% dei tempi amministrativi necessari per l’accesso ai servizi.
Non si tratta di una semplice accelerazione procedurale, ma del risultato della “Valutazione Multidimensionale Unica”. Questo strumento ha eliminato la necessità per le famiglie di sottoporsi a ripetuti accertamenti presso enti diversi (Inps, Asl, uffici comunali), accorpando in un unico momento la definizione dei bisogni bio-psico-sociali della persona.
In termini pratici, nelle province pilota, il tempo che intercorre tra la domanda dell’utente e l’approvazione delle prestazioni si è ridotto mediamente di un terzo, permettendo alle famiglie di ottenere supporto effettivo circa due o tre mesi prima rispetto al vecchio sistema.
Parla la ministra Locatelli
La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, ha ribadito come la sostanza della riforma risieda nel superamento della visione medica della disabilità. L’investimento di circa 350 milioni di euro stanziati per il 2026 (tra fondi Pnr e bilancio ordinario) serve a finanziare il cosiddetto “Budget di Salute”. È la traduzione economica della libertà di scelta. Le risorse non vengono più erogate a pioggia su servizi standardizzati, ma seguono il progetto individuale, permettendo alla persona di modulare l’assistenza in base alle proprie reali necessità di vita indipendente, lavoro o formazione.
La “geografia” della riforma
Il percorso non è più una teoria confinata negli uffici ministeriali ma una realtà geografica in espansione. La sperimentazione è partita ufficialmente nel 2025 in nove province pilota: Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Taranto e Trieste. I risultati ottenuti in questi laboratori territoriali hanno permesso, nel corso degli ultimi mesi, di avviare il secondo step.
L’estensione del monitoraggio ad altre 49 aree, portando a 58 le province coinvolte. Questo ampliamento è fondamentale per verificare la tenuta del “Progetto di Vita” su grandi numeri di utenza, con l’obiettivo dichiarato di coprire l’intero territorio nazionale (107 province) entro l’inizio del 2027.
Le criticità
Tuttavia, il report presentato a Montecitorio non è privo di note critiche. Nel corso del 2025, l’Autorità ha gestito oltre 1.300 segnalazioni dirette da parte dei cittadini. Un volume che testimonia quanto il rapporto tra Stato e persone con disabilità sia stato, per anni, logorato da inadempienze croniche. Borgo ha definito l’Autorità un'”avanguardia costituzionale”, una figura ponte necessaria per passare dalla garanzia formale alla tutela effettiva.
Il settore scolastico, l’ambito più critico. Il dato sulla discontinuità didattica è impietoso. Il 57% degli alunni con disabilità subisce ogni anno il cambio dell’insegnante di sostegno. Un paradosso che colpisce il cuore dell’iniziativa proprio nella sua fase embrionale. Se la legge promette stabilità, la realtà delle aule parla ancora di una precarietà che isola lo studente e sovraccarica le famiglie. Un altro punto di sofferenza, l’uniformità territoriale.
Persiste il rischio di un’Italia a due velocità. Il Garante ha ribadito l’urgenza di definire in modo univoco i Leps, i Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali, per evitare che i diritti diventino variabili legate alla residenza geografica.
Gli interventi del Garante sui territori
Con l’Autorità, strumenti di intervento rapido che stanno iniziando a produrre risultati tangibili. L’uso dell'”accomodamento ragionevole” ha permesso di risolvere controversie in tempi brevi, garantendo ad esempio il diritto allo smart working o l’accessibilità reale ai percorsi universitari. Non concessioni ma l’applicazione di un principio giuridico che impone alle istituzioni di adattarsi alle necessità del singolo. Un segnale di rigore anche dalle attività di controllo, con i Nas dei Carabinieri per il monitoraggio delle strutture di accoglienza.
La strada è tracciata
Il “Progetto di Vita” non è più una sperimentazione teorica ma una realtà che sta iniziando a produrre i primi risparmi di tempo e guadagni in termini di autonomia. L’obiettivo della copertura totale entro il 2027 è ambizioso ma raggiungibile, a patto che il finanziamento del “Budget di Salute” diventi strutturale e che si affronti il tema dei caregiver familiari.
Il bilancio dell’Autorità Garante ci dice che l’Italia ha finalmente smesso di guardare alla disabilità solo come a un costo, iniziando a considerarla come un investimento sui diritti civili. La sostanza del percorso è solida. Ora spetta alla continuità amministrativa trasformare queste policy in una normalità quotidiana per milioni di italiani.
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