La Rapina a Napoli, il decreto Sicurezza e il CCNL
Ieri la sicurezza italiana ha avuto tre scene, diverse solo in apparenza. La prima è stata a Napoli, nella filiale Credit Agricole di piazzale Medaglie d’Oro, dove una rapina con ostaggi ha riportato nel cuore della città la paura, la vulnerabilità quotidiana, il bisogno elementare di protezione concreta. La seconda scena si era consumata al Senato, dove il decreto sicurezza è rimasto al centro del confronto parlamentare. La terza, meno visibile ma più rivelatrice, si è consumata ai tavoli per il rinnovo contrattuale del comparto sicurezza e difesa a Palazzo Vidoni. Sarebbe riduttivo leggere queste tre scene come fatti distinti, la cronaca, la legge, la vertenza, perché convergono nello stesso punto. La sicurezza non è più soltanto il luogo della sanzione, dell’aggravante, della risposta penale. Sta tornando a essere il banco di prova della capacità dello Stato di tenere insieme ordine democratico, presidio del territorio, autorevolezza istituzionale e tenuta sociale.
Napoli, da questo punto di vista, non è un episodio è un segnale inquietante. Il decreto sicurezza non è la soluzione è, semmai, uno degli strumenti, ma nessuno strumento è sufficiente se si logora la struttura umana e professionale chiamata a rendere credibile il bisogno di sicurezza. È qui che la terza scena acquista un significato che va oltre la dinamica sindacale. Dai tavoli del rinnovo contrattuale è emersa una contestazione severa, risorse insufficienti, crescente logoramento del personale, difficoltà di reclutamento, perdita di attrattività, percezione di un riconoscimento inadeguato della specificità professionale in una fase già segnata da pressione operativa e incertezza economica. Un malessere che, con accenti diversi, come emerso dalla discussione per il rinnovo del contratto di lavoro, attraversa Forze Armate, Polizie Militari e Civili.
Il punto non è soltanto salariale, è politico e istituzionale. Perché quando si affievolisce il riconoscimento materiale e simbolico di chi è chiamato a garantire sicurezza, legalità e ordine pubblico, si indebolisce un tratto essenziale della tenuta complessiva del Paese. Dentro questo quadro c’è un punto spesso lasciato sullo sfondo. La sicurezza quotidiana che i cittadini richiedono si regge sul lavoro, sul sacrificio e sul senso del dovere di poliziotte e poliziotti che operano in condizioni sempre più complesse, con carichi umani e professionali che non possono essere rimossi dal discorso pubblico. Si regge su turni gravosi, esposizione permanente, responsabilità operative e pressione sociale crescente. Ma si regge anche sull’enorme carico di responsabilità che gravano sui Questori della Repubblica, qui non siamo davanti al semplice ordinamento interno, ma a una degli architravi della filosofia democratica della sicurezza nazionale.
La funzione del Questore, Autorità provinciale e locale di pubblica sicurezza, deve essere riconosciuta e valorizzata da tutte le componenti del sistema sicurezza, come impone lo spirito della legge, non come pretesa corporativa, ma come presidio di equilibrio, coordinamento e unità d’indirizzo sul territorio. Tanto più oggi, quando i mezzi disponibili appaiono spesso insufficienti rispetto alla vastità delle sfide. Tutto questo, oggi deve misurarsi dentro un orizzonte più largo e preoccupante. Il rallentamento della crescita globale, l’instabilità geopolitica, la pressione energetica e inflattiva, la compressione dei redditi e l’ansia sociale che ne deriva disegnano uno scenario in cui la sicurezza non può più essere pensata come un comparto separato o ausiliario della vita nazionale. La crisi internazionale entra nelle città, nelle economie familiari, nella percezione collettiva, nei micro-conflitti diffusi delle nostre periferie.
E quando la paura sociale cresce, cresce anche il terreno favorevole per criminalità, radicalizzazioni, disordine ed economie illegali. È in quella saldatura tra fragilità economica e domanda di protezione che si gioca, oggi, la qualità del nostro vivere civile. Napoli, il decreto e il contratto, letti insieme, ci dicono questo. Un Paese non si tiene insieme soltanto irrigidendo l’apparato normativo o alimentando il panpenalismo. Può tenersi insieme solo se le istituzioni sanno programmare per poter intervenire con efficacia, legiferare per riconoscere, sostenere e rafforzare chi quella sicurezza la garantisce ogni giorno e ogni notte. Non con gli slogan, ma con il lavoro. Non con la propaganda, ma con la responsabilità.
Perché la sicurezza, prima di essere una formula polemica o parola da campagna elettorale permanente, è un bene pubblico. È una infrastruttura del sistema Paese, è la condizione che consente ai cittadini di sentirsi liberi senza sentirsi abbandonati, e la condizione che consente lo sviluppo d’impresa e dell’economia. Come ricordava Churchill, “il prezzo della grandezza è la responsabilità”. Ed è precisamente nella qualità e nella responsabilità dei gruppi dirigenti, non nell’enfasi della propaganda, che oggi si misura la qualità delle politiche di Governo.
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