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Editoriale

Primo Maggio, incentivi nuovi e solito concertone

di Laura Tecce -


Eccoci al Primo Maggio, la festa dei lavoratori. Come ogni anno si torna a parlare di diritti, occupazione, tutele. Il governo presenta il “pacchetto lavoro”, mentre i sindacati organizzano il tradizionale concerto in piazza San Giovanni, a Roma, dedicato al “lavoro dignitoso”.

Il sottotitolo è ambizioso: contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti “nell’era dell’intelligenza artificiale”, formula ormai immancabile, un passepartout retorico. Tutti parlano di AI ma ben pochi sanno come maneggiarla. Sul fronte dell’Esecutivo, sul tavolo quasi un miliardo di euro: incentivi alle assunzioni, sgravi per favorire l’occupazione stabile e una novità, il “salario giusto”. Gli aiuti alle imprese scattano solo se vengono applicati contratti adeguati. Un segnale politico chiaro: introdurre una soglia minima di dignità anche dove i contratti nazionali non arrivano o vengono aggirati.

Ora resta da capire quanto questo meccanismo saprà incidere davvero e non trasformarsi nell’ennesimo vincolo aggirabile. Sul versante sindacale, invece, si continua a insistere sul salario minimo come parola d’ordine, ma il nodo vero è un altro: la difficoltà strutturale di rappresentare il lavoro che cambia. Autonomi, partite IVA, gig economy restano ai margini.

Proprio lì dove si concentrano le trasformazioni più profonde, la rappresentanza appare debole, talvolta autoreferenziale. E sì, anche obsoleta. In questo quadro, il concertone appare sempre più come un rito che si autoalimenta. Il “cast trasversale” prova a raccontare un’Italia plurale, ma resta una fotografia costruita, più simbolica che incisiva, più rassicurante che reale.

Il Primo Maggio resta sospeso tra celebrazione e realtà. E “il domani è ancora nostro” – lo slogan scelto dalla direzione artistica – suona, ancora una volta, più come una promessa che come una certezza. Nel mezzo, milioni di lavoratori che chiedono meno narrazione e molta più sostanza.


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