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Attualità

Cyber, la sicurezza invisibile

di Giuseppe Tiani -


La cybersicurezza non passa a sirene spiegate e non presidia una piazza. Ma quando viene meno può paralizzare ospedali, comuni, scuole e imprese. È l’ordine pubblico invisibile del nostro tempo, non sostituisce la strada, la prolunga. Oggi il territorio passa da server, banche dati, algoritmi, smartphone, identità digitali, intelligenza artificiale. La pubblica sicurezza del XXI secolo non si interpreta con lo spartito del secolo scorso.

La strada resta decisiva, ma si è allargata oltre lo sguardo. Ai controlli tradizionali si affianca la difesa delle infrastrutture immateriali, contro truffe online, identità violate, ricatti informatici, manipolazione informativa e aggressioni ai servizi. Ma i partiti mostrano i loro limiti, parlano di sicurezza piegando la parola alla propaganda, svuotandola di competenza. La sicurezza moderna riguarda invece le libertà dei cittadini e la dignità degli operatori di polizia, che non possono essere ridotti a fondale retorico della contesa partitica.

Una parte della sinistra ha a lungo guardato con imbarazzo il tema dell’ordine pubblico, quasi fosse estraneo alla propria cultura dei diritti di cittadinanza. È stato un errore grave, perché la sicurezza è anche il diritto dei più deboli a non essere lasciati soli. Una parte della destra ha trasformato quell’abbandono in rendita politica, spesso confondendo tutela e protezione con paura e muscolarità penale.

Vannacci è il segno di questa semplificazione. Così destra e sinistra restano prigioniere di uno schema vecchio. La prima invoca pene più dure anche quando manca la certezza della pena. La seconda arriva spesso tardi, trattenuta da antichi riflessi ideologici. In questa doppia miopia la sicurezza smette di essere politica pubblica e diventa teatro. La questione è un’altra.

Servono competenze, organici, formazione, coordinamento e non sovrapposizioni, ruolo dell’Autorità di PS, chiarezza delle funzioni e prevenzione, per leggere i fenomeni prima che esplodano. La cybersicurezza non è solo materia tecnica, è questione democratica, perché nel digitale si ridefiniscono libertà, potere e processi democratici. La tecnologia non è mai neutra, orienta il modo in cui il mondo si mostra e il modo in cui l’uomo vi si colloca.

Jean Paul Sartre scriveva che l’uomo è condannato a essere libero. Nel nostro tempo l’inquietudine è quella dell’uomo condannato a essere connesso e quindi esposto. Formalmente libero, ma profilato, orientato e spesso anticipato da sistemi che alimentano dipendenza, solitudine e angoscia sociale. Per questo i nuovi cyberpoliziotti non sono tecnici invisibili, ma sentinelle democratiche. Difendono diritti che possono essere violati senza rumore, dentro una banca dati, una piattaforma, un’identità digitale, un servizio pubblico bloccato. L’angoscia sociale non è paura irrazionale, è il timore per le nuove forme di dominio.

Piattaforme, algoritmi, sorveglianza diffusa, dipendenza volontaria, un potere che suggerisce, misura, cattura, isola, prevede e restringe lo spazio della libertà. La complessità del nostro tempo richiede un pensiero politico più alto, europeo e non provinciale. Le culture dominanti mostrano il fiato corto. La destra fatica a parlare al Paese intero. Parte del progressismo resta indecisa tra riflessi massimalisti e trasformismo qualunquista. Fratture in cui maturano classi dirigenti incerte e visioni deboli. L’entusiasmo verso il governo si è raffreddato e il sistema politico è in affanno. L’apertura del dossier legge elettorale apre la fase finale della legislatura, ma ci sono tavoli da chiudere e aprire, riguardano poliziotti e militari.

In una stagione di paura esterna e fatica interna, Piantedosi, Zangrillo e Giorgetti rappresentano tre snodi della tenuta. Sicurezza e protezione, rinnovi contrattuali del lavoro pubblico, responsabilità finanziaria del bilancio, anche se restano criticità della crescita e della pressione inflattiva. C’è bisogno di linfa nuova, con visioni culturali liberali e socialdemocratiche di respiro continentale e non sovranista. Un riformismo dalla cultura di governo e responsabilità pubblica della politica, anche sui temi in evoluzione della sicurezza, che si riflettono su economia, industria, mobilità e infrastrutture.

Per arginare le derive populiste del nostro tempo. Quella plebiscitaria, che pretende di parlare a un popolo indistinto anche contro le istituzioni. E quella di nicchia, che scambia frammenti sociali e recinti identitari per visione del Paese. Cambia il pubblico, non la logica. L’impoverimento democratico e i conflitti si scaricano sul lavoro delle forze di polizia. Per questo ha valore il profilo istituzionale del Ministro dell’Interno, nel web come nel territorio, prevenzione e cybersicurezza tutelano la qualità della vita e dello sviluppo.

La cybersicurezza pretende sovranità tecnologica. Programmi, piattaforme, sistemi operativi e banche dati devono vivere dentro una filiera nazionale controllata, con un ruolo forte del pubblico e delle aziende partecipate nei settori strategici. Oggi la libertà non si difende solo nelle piazze o dalle minacce del radicalismo jihadista. Si difende anche nello spazio digitale, nel codice che organizza la vita quotidiana delle persone. E va riconosciuta la centralità della sicurezza, ricostituendo la Commissione Affari interni nei due rami del Parlamento, offrendo ai cittadini e ai poliziotti una sede politica più chiara, autorevole e democratica.


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