L'iniziativa rischia di non sprigionare il suo potenziale strategico, fondamentale per il successo del Piano Mattei in Africa
Il Fondo Italiano per il Clima, lo strumento finanziario da 4,2 miliardi di euro (840 milioni annui fino al 2026) destinato a sostenere la transizione green nei Paesi in via di sviluppo, finisce sotto la lente della Corte dei conti.
Il Fondo Clima
Con la Delibera n. 45/2026/G, la magistratura contabile lancia un monito chiaro. Senza un cambio di passo nella gestione e una semplificazione delle procedure, il Fondo rischia di non sprigionare il suo potenziale strategico, fondamentale per il successo del Piano Mattei in Africa.
Le criticità: perché l’iniziativa non decolla?
Dalla relazione approvata dalla Sezione centrale di controllo emerge un quadro a luci ed ombre. Se da un lato il Fondo rafforza la posizione dell’Italia nella finanza climatica globale, dall’altro sbatte contro ostacoli operativi significativi.
La scarsa attrattività per i privati. I progetti faticano a intercettare l’interesse dei co-finanziatori.
I tempi di attuazione “biblici”. La governance “multilivello” e l’eccessivo numero di attori istituzionali coinvolti appesantiscono ogni passaggio.
Un deficit di trasparenza. La Corte segnala la necessità di rendere pubblici i dati sugli interventi in modo periodico.
I tre nodi strutturali
Perché uno strumento così dotato finanziariamente fatica a diventare operativo? La Corte individua tre ragioni precise.
Limiti tecnici nei Paesi partner
Soprattutto in Africa, la mancanza di competenze tecniche locali impedisce la creazione di una “filiera progettuale” solida. Senza progetti di qualità, il Fondo non può erogare risorse.
Complessità dei contesti operativi
Operare in aree geografiche instabili o con mercati finanziari immaturi rende gli investimenti rischiosi, scoraggiando i capitali privati che il Fondo dovrebbe invece “catalizzare”.
Procedure interne frammentate
La magistratura contabile punta il dito contro procedure amministrative poco fluide e la mancanza di sistemi digitali di monitoraggio che permettano di tracciare i tempi di decisione.
La ricetta della Corte: più assistenza e meno carta
Per salvare l’efficacia del Fondo, la Corte traccia una roadmap obbligata. È necessario potenziare l’assistenza tecnica ai Paesi beneficiari e semplificare le procedure interne, introducendo sistemi digitali di monitoraggio. Serve più flessibilità nell’uso delle risorse e una maggiore integrazione con gli altri strumenti della cooperazione allo sviluppo per massimizzare l’impatto sul campo.
In sintesi, il Fondo deve abbandonare la funzione di mero serbatoio di risorse per diventare un motore attivo di progetti, capace di dialogare con le istituzioni finanziarie internazionali e le autorità locali.