Mimit in tutte le lingue del mondo: dalla Cina agli Emirati, i dossier
Urso e la Cina, tra Stellantis, Byd e golden power. Il futuro dell'Ilva e la rotta su Bisanzio per l'Electrolux
Più che il Mimit, il ministero per l’Industria e il Made in Italy, ci vorrebbe la Farnesina per gestire tutti i dossier, corposi e caldissimi, che sono sul tavolo del dibattito economico del Paese. Il ministro Urso ci prova ma dovrà ingaggiare una valanga di interpreti per affrontare i nodi dello sviluppo e dell’industria. Prima di tutto occorrerà trovare qualcuno che sappia parlare bene il cinese. Anzi, bisognerà trovarne due. Già, perché il primo dovrà dire “Ni hao”, dare il benvenuto in Italia, a Byd e alle altre aziende dell’automotive asiatico che intendono investire in Italia. Il secondo, invece, dovrebbe far “bù” (che in mandarino è la parola per dir no) a Weichai che vorrebbe salire, ancora un (bel) po’ nel capitale dei cantieri navali Ferretti, ma su cui è arrivata dai cechi di Kkpg la richiesta al governo di valutare la golden power. Perché, a quanto pare, di mezzo ci sarebbero interessi che afferiscono anche la Difesa.
Il Mimit e la Cina col doppio binario
Urso, su questo, rivendica una certa coerenza. A cominciare dalla vicenda automotive. “L’abbiamo detto con assoluta trasparenza all’inizio della legislatura che Stellantis doveva tornare centrale nel nostro paese e così è stato perché nel frattempo è cambiata la governance”, ha affermato. Abbiamo il Ceo italiano, dopo anni di Tavares. Ce lo facciamo bastare. “Abbiamo anche detto che era necessario avere nel nostro paese anche una seconda casa automobilistica e per questo abbiamo sottoscritto degli accordi governativi durante la nostra missione in Cina – ha aggiunto Urso -. Credo che non una, due o tre, forse anche più di tre stiano pensando di investire anche nel nostro Paese. A loro dico: benvenuti”. Ni-hao.
Byd e le strategie di Stellantis
Sperando che non cambino (ancora) le cose per poi ritrovarci, da qui a qualche anno, con un nuovo caso Pirelli. Ma niente paura, è tutto sotto controllo. Di Stellantis, ovvio, che “intende realizzare con queste case automobilistiche una partnership non meramente commerciale”. Byd, che ambisce a metter le mani su Cassino e addirittura Mirafiori, però, è fuori dal perimetro euro-asiatico su cui si muove l’ex Fiat. Che, invece, oltre che su Leapmotor, pure su Dongfeng e accelera sulla delocalizzazione in Cina. Toccherà, stavolta, a Peugeot (che si candida con ancora maggior forza a fare l’anti-Dacia) e a Jeep. Chissà che ne dirà Donald Trump.
Pechino in alto mare
Ma se ad alcuni cinesi si può squillare un festoso “benvenuto”, ad altri bisognerà chiudere la porta in faccia. Weichai che ha “vinto” all’assemblea dei soci ridimensionando ancora di più i cechi di Kkpg. Che ora hanno chiesto al governo di applicare la golden power. “Gli uffici stanno lavorando celermente”. Non sarà mica facile spuntarla per (questi) cinesi. C’è di mezzo pure la Difesa, mica solo il Mimit, con relativo Ministero. E l’Europa, su certe cose, è inflessibile. Salvo poi consentire ai capitali asiatici di acquistare gran parte della rete portuale continentale e di invadere la Spagna di infrastrutture critiche e di Tlc. Ma questa non è un’altra ma la solita storia.
Ex Ilva, che si fa?
Se trovare due interpreti bravi a declinare le varie sfaccettature del cinese, sarà sicuramente più semplice trovarne uno versato nella lingua inglese. Che possa capire cosa vorrà fare Michael Flacks, l’imprenditore americano titolare dell’omonimo fondo, che si è lanciato nell’avventura ex Ilva. Riunisce esperti e analisti, lui, per capire lo stato dell’arte e le prospettive dell’affare. L’inglese, naturalmente, lo parlano benissimo gli indiani di Jindal. Anche loro hanno presentato un piano. Ma la vera novità è che non ci sarà bisogno di ingaggiare bravi traduttori per Michele Emiliano, consulente della Regione Puglia per il dossier ex Ilva. “Allora la chiudono”, la sentenza di Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil. Più difficile, per il Mimit, della lingua di Shakespeare sarà l’ostico svedese.
Stoccolma-Istanbul, il piano per Electrolux
Eppure bisognerà farsi capire, e benissimo, dai vertici di Electrolux che hanno deciso, di punto in bianco, di tagliare 1.500 posti di lavoro sui 4.600 complessivi che mantengono in Italia. Urso dice che vuol convincere Stoccolma ad accettare un piano “diverso che non contempli chiusure di stabilimenti e licenziamenti collettivi”. E si affida a un precedente, quello di Beko. “Anche allora si definì quel primo piano inaccettabile e iniziò un confronto serrato con l’azienda, con il supporto dei sindacati e delle Regioni interessate che poi ebbe un momento di svolta quando mi recai a Istanbul incontrando direttamente la proprietà, la più grande holding turca, che ha anche altri importanti e significativi investimenti industriali”.
Accordo con gli Eau
Last but not least, l’arabo. E il francese. Per convincere Bruxelles a procedere, immediatamente, a un accordo di libero scambio, dopo India, Australia e Mercosur, con gli Emirati Arabi. Un pallino di Urso. Rafforzato dai conti di Matteo Zoppas, presidente Ice: “Esportiamo circa dieci miliardi, senza i dazi saremmo ancora più competitivi. Sarebbe un’opportunità”.
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