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Giustizia

Stasi, quel ragionevole dubbio che rende la carcerazione un crimine

di Alessandro Scipioni -


​Se persino la stessa Procura manifesta dubbi, la detenzione senza una certezza piena smette di essere giustizia e rischia di trasformarsi in una forma di violenza dello Stato. Il principio cardine della nostra civiltà giuridica non può essere sacrificato all’arbitrio.

Ma perché, ancora oggi, Alberto Stasi si trova in carcere?

È questa la domanda centrale che emerge osservando la vicenda, perché in questo caso sembra esistere, in modo evidente, un enorme e ragionevole dubbio. Ci troviamo davanti a una situazione paradossale nella quale la stessa Procura arriva a ipotizzare che il responsabile possa essere stato un altro uomo, Andrea Sempio.

Al di là del principio sacrosanto secondo cui, per mandare una persona in carcere, non può bastare una semplice accusa, esiste un elemento evidente che non può essere ignorato: il dubbio sulla responsabilità di chi oggi è detenuto esiste ed è tuttora presente.

E non possono esistere dubbi, ancor meno se alimentati dalle stesse tesi della Procura, sulla colpevolezza di una persona, privata della libertà personale.

L’incertezza diventa violenza di Stato

​Nel momento in cui si accetta che dietro le sbarre possa permanere un’ombra di incertezza, non si parla più di giustizia ma di tortura. Come sosteneva chi è stato ben più autorevole di me, la tortura consiste proprio nell’infliggere una pena prima che la colpevolezza sia stata accertata in via definitiva.

La regola fondamentale del diritto impone che, laddove esista un ragionevole dubbio, e in questo caso il dubbio appare evidente, si debba necessariamente assolvere.

Non è in alcun modo accettabile applicare la pena della reclusione senza aver raggiunto una certezza assoluta sulla colpevolezza dell’imputato.​ E ancor meno si può tollerare che nelle aule di un tribunale trovino spazio domande suggestive e fuorvianti come: se non è stato lui, allora chi è stato?

Il ragionevole dubbio come limite invalicabile

La giustizia non può fondarsi su esclusioni o supposizioni.

Gli indizi, per quanto rilevanti, non bastano: servono prove certe. Non può esserci spazio per alcuna forma di arbitrio. Il principio del giudizio oltre ogni ragionevole dubbio rappresenta un limite invalicabile di civiltà giuridica, un presidio essenziale del nostro sistema democratico. Se rinunciamo a questo caposaldo pur di individuare a ogni costo un colpevole, smettiamo di essere un Paese civile e rischiamo di trasformarci definitivamente in uno Stato di cialtroni.

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