L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Il regalo più grande a Vannacci? Parlare solo di Vannacci

di Laura Tecce -


Se c’è una lezione che la politica italiana dovrebbe aver imparato negli ultimi trent’anni, è che rincorrere l’avversario sul terreno che ha scelto lui significa quasi sempre perdere. È successo con Berlusconi, con Salvini, con Giorgia Meloni. E rischia di succedere con Roberto Vannacci. Guardando la seguitissima puntata di Otto e mezzo di ieri, la sensazione è stata proprio questa: Gruber, affiancata da Lina Palmerini, ha puntato sui temi identitari: definizione di destra, remigrazione, famiglia tradizionale, omosessualità, diritti civili. Tutti temi sui quali Vannacci ha costruito notorietà e consenso.

In altre parole: il generale è stato invitato a giocare la partita sul campo che conosce meglio. Il risultato era prevedibile. Ogni domanda sulla famiglia tradizionale gli consente di ribadire la sua visione. Ogni domanda sulla remigrazione gli permette di riproporre il suo messaggio politico.

Ogni contestazione sui diritti civili rafforza nel suo elettorato l’idea di essere un uomo sotto assedio da parte dell’establishment mediatico: la demonizzazione dell’avversario non lo indebolisce, lo rafforza e gli consegna centralità. Piuttosto, perché nessuno lo ha portato fuori dalla sua zona di comfort? Se vuole governare, quale riforma fiscale propone? Flat tax? Riduzione dell’Irpef? E sulle pensioni? Sul costo dell’energia e sul caro spesa? Sui salari che da anni crescono meno dell’inflazione? Sono queste le domande che distinguono un leader identitario da un potenziale leader di governo. E invece il confronto è rimasto dentro il recinto culturale nel quale il generale si muove con naturalezza.

Alla fine della serata, il dato politico più interessante non riguarda nemmeno le schermaglie con Meloni o Salvini, né gli attacchi sempre più espliciti a Forza Italia e Marina Berlusconi ma il fatto che gli italiani hanno avuto ancora una volta una conferma sui suoi cavalli di battaglia ma nulla sulle ricette per governare l’Italia. Un’occasione persa: se un leader aspira a guidare il Paese, il compito del giornalismo non è contestarlo sui temi che lo hanno reso famoso. È costringerlo a spiegare quelli sui quali è ancora sconosciuto.


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