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Meloni rompe gli equilibri europei: “Basta fughe in avanti, l’Italia non resta a guardare”

Le comunicazioni in Aula in vista del Consiglio Ue

di Mauro Trieste -


A qualcuno a Bruxelles staranno fischiando ancora le orecchie. Ieri, Giorgia Meloni ha dato l’impressione di essere entrata in Aula con l’idea di mettere l’Europa davanti alle proprie contraddizioni. Le comunicazioni della premier prima del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno e le repliche non sono state un semplice adempimento istituzionale, ma un gesto politico calcolato, quasi una chiamata alla responsabilità collettiva in un momento in cui l’Unione sembra aver smarrito ulteriormente coesione e metodo. Meloni non si è persa in preamboli, puntando subito il dito contro Francia, Germania e Regno Unito, colpevoli di aver imbastito vertici ristretti e “formati variabili” che escludono partner e alimentano diffidenza. Una scelta bollata senza mezzi termini come “frammentaria e debole”, che ha irritato anche il premier polacco Donald Tusk, pronto a sconfessare qualsiasi accordo preso alle sue spalle. Tra l’altro la Russia ha respinto come inaccettabili le condizioni degli “E3”.

La postura dell’Italia e le contraddizioni dell’Ue

Nel suo intervento, Meloni ha ribadito che la linea italiana sull’Ucraina non cambia: sostegno a Kiev, pressione su Mosca, ma anche la necessità di evitare che l’Ue si autoescluda dal tavolo diplomatico. “La fermezza non deve diventare cecità”, ha avvertito, rilanciando la proposta, avanzata da mesi, di nominare un inviato europeo per il negoziato. Una figura autorevole, capace di rappresentare gli interessi dell’Unione con continuità e credibilità. Il presidente del Consiglio ha denunciato che alcuni Paesi “non vogliono rinunciare a guidare loro il percorso”, bloccando questa investitura per puro protagonismo, come se la politica estera fosse un terreno di primazia nazionale più che un progetto comune.

L’Ucraina e Bruxelles

Il capitolo dell’adesione dell’Ucraina all’Ue è un altro snodo su cui Giorgia Meloni ha scelto di non “smussare” gli angoli. Pur apprezzando l’approccio del cancelliere tedesco Merz, che ha invitato i partner a esplorare soluzioni pragmatiche, ha sostenuto che accelerare il percorso di Kiev scavalcando i Balcani occidentali sarebbe un errore politico e strategico. “Non possiamo usare due pesi e due misure”, ha aggiunto la leader di Fdi, ricordando che quei Paesi attendono da anni e che l’Europa non può permettersi di inviare il messaggio che alcune nazioni siano più importanti di altre.

Il dossier iraniano

Sul Medio Oriente, Meloni ha riconosciuto la fragilità del dialogo tra Stati Uniti e Iran, reso incerto dagli ultimi sviluppi. Confermato il sostegno italiano ai tentativi di mediazione di Qatar e Pakistan. Poi è arrivato il passaggio più duro. Il governo intende sostenere misure mirate contro i coloni israeliani violenti e chiede sanzioni contro il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, responsabile di comportamenti “inaccettabili” verso cittadini italiani.

Il Board of Peace

Giorgia Meloni si è soffermata anche sul Board of Peace per Gaza, rivendicando la partecipazione italiana e respingendo le accuse di iniziative unilaterali: “La maggior parte dei Paesi europei era presente come osservatore. La pace si costruisce, non si usa per fare propaganda”. Un messaggio diretto alle opposizioni, ma anche a chi, in Europa, tende a muoversi in ordine sparso, dimenticando che la credibilità passa anche dalla capacità di presentarsi con una voce sola.

La stoccata di Meloni al M5s

Il finale è riservato al Movimento 5 Stelle, reo di raccontare agli italiani che il governo investe solo in armi. Meloni ha ribaltato le posizioni: “Non stiamo togliendo un euro a ospedali, scuole e servizi. Stiamo proteggendo queste strutture”. Poco dopo ha affondato il colpo: “I miliardi in armi li spendevate voi in cambio di tweet di endorsement di Trump”. Una stoccata che ha confermato l’intenzione del capo dell’esecutivo di non lasciare campo libero a narrazioni considerate “distorte”.

La strategia meloniana mira a posizionare l’Italia come attore autonomo, refrattario alle scorciatoie diplomatiche e deciso a rivendicare un ruolo pieno nei grandi dossier internazionali. Un messaggio rivolto all’Europa, ma anche agli alleati che continuano a muoversi come se il “baricentro” fosse altrove. L’Unione, secondo la premier, deve scegliere se restare una somma di ambizioni nazionali o diventare una voce riconoscibile sulla scena globale.


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