Se non cambia la visione (e non solo) dell'Eurotower, l'Europa è condannata al disastro
Ce lo dicono da tempo e ce lo ripetiamo da anni: ci vogliono le riforme, iniziamo dalla Bce. Sì, è tutto vero. Le riforme sono necessarie. Ma la prima andrebbe fatta per riordinare quella voliera impazzita che è la Bce. E bisognerebbe pure farlo in fretta. Perché nel momento più delicato della storia economica recente del Vecchio Continente, proprio quando si parla di investimenti (a cominciare da quelli per la Difesa) come dell’unica chiave per uscire dalla seconda (e disastrosa…) crisi energetica che viviamo, l’Eurotower vara un nuovo aumento del costo del denaro. Dice che l’inflazione deve rimanere al 2%. Come se questa fosse la strategia giusta per battere il caro vita.
S’evita, però, di affermare che l’asticella è stata fissata lì, a Francoforte, già nell’ormai lontanissimo 2021. Stava per finire la pandemia, la guerra in Ucraina era solo nell’aria, era già finito il mandato di Mario Draghi. E c’era chi, tanti (troppi), non vedevano l’ora di smantellare tutto ciò che aveva fatto alla guida della Banca centrale europea. Il Bazooka, riposto in un cassetto e debitamente (ops) disarmato. Il programma di acquisto di titoli di Stato, opportunamente depotenziato. È stata, quella, una risposta feroce all’iniziativa di quello che poi diventerà il premier italiano. Ossia di cambiare la politica economica della Bce, facendone (davvero) una banca di respiro europeo, magari affidandole (de facto) qualche compito in più rispetto al banale (e unico) mandato a tenere bassi i prezzi. In nome della lotta all’inflazione, la Bce ha inferto l’ennesima mazzata all’economia reale.
L’analisi (inappuntabile) di Orsini
Basta sentire Emanuele Orsini, che non è mica un sovranista scatenato bensì è il presidente di Confindustria. “Credo che in un momento come questo, visto che quello che sta succedendo attorno, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, io più che un rialzo mi aspettavo un ribasso dei tassi”. Bocciatura più solenne non fu mai pronunciata. Ma non è tutto: “Onestamente credo che in un momento in cui c’è bisogno di fare investimenti questo non sia un grande segnale per le nostre imprese. Abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano, abbiamo bisogno di produrre e che si incrementi la produttività e sicuramente questo è un pezzettino di scoglio in più per le imprese”. Si deve investire? Bene: facciamo che indebitarsi costi di più. Non basterebbero mille riforme a rimettersi in pari.
La (solita) Germania non vuole
Ce lo chiede non l’Europa, ma la solita Germania. “Siamo pronti a mantenere tutte le opzioni aperte e a rispondere ancora una volta, se dovessimo essere costretti a farlo”, ha detto Joachim Nagel, governatore della Bundesbank al Financial Times. Eppure la sua stessa banca aveva appena provveduto ad azzoppare le previsioni di crescita del Paese (solo 0,5% per il 2026 dal 0,6%, e allo 0,8% per il 2027 dall’1,1%). La Germania ha le sue ragioni. Che non funzionano pure per gli altri. L’euro altro non è che un marco 2.0. Più è forte la moneta unica, meglio rendono i Bund che rafforzano il loro ruolo di bene rifugio per gli investitori e di bussola (anche politica) con gli altri titoli di Stato europei. Ecco, dunque, perché gli eurobond non s’hanno da fare. Né adesso, né mai. Intanto il governo italiano punta forte sui (nuovi) Btp Sì che offrono un rendimento anti-inflazione che parte dall’1,6%. L’Europa sarà pure unita ma quando si parla di soldi, ognuno fa per sé. Giustamente.
Il Fmi rincara la dose
A rafforzare l’ala rigorista è il (solito) Fmi. Dicono, da quel nido di falchi, che l’inflazione in Europa resterà sopra il 2% fino al 2028. E che potrebbe “essere opportuno un inasprimento più rapido e/o (sic!) più ampio” del costo del denaro. Prepariamoci al disastro. La Bce ascolterà il Fmi. E per forza, da lì arriva pure la signora Lagarde. E, come Lagarde prima di lei, pure Kristalina Georgieva – attuale guida del Fondo – è arrivata lì attraverso la politica. Proprio lei ci tiene a predicare prudenza, specialmente ai Paesi ad alto debito, nell’utilizzo dei fondi che arriverebbero dalla flessibilità “energetica”. Ce l’ha proprio con noi. Come il Fmi, la Bce ha un solo e unico mandato. Se già, come con la Fed in America, si assegnasse a falchi, allodole, civette e colombe francofortesi il compito (irrealistico e irrealizzabile, per carità) di perseguire la piena occupazione, ecco le cose potrebbero cambiare. Le riforme sono necessarie per far ripartire l’Europa e quindi l’Italia. La prima riforma dovrebbe interessare proprio la Bce.