C’è chi, davanti a una crisi internazionale, sceglie la diplomazia. E poi c’è chi preferisce la sceneggiatura di “Rambo 2-La vendetta”. Nelle ultime 24 ore Donald Trump ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un set d’azione, annunciando prima a Fox News e poi su Truth Social che gli Stati Uniti “prenderanno il controllo” della rotta marittima più delicata del pianeta. Non solo. Washington, ha spiegato, sarà “retribuita” per farlo, con un rimborso del 20% su tutte le merci che attraversano il passaggio. Una sorta di “pedaggio geopolitico”, presentato come se la sicurezza globale fosse un servizio premium da attivare con tanto di abbonamento.
L’uscita del tycoon e la replica dell’Iran
“Diventeremo i guardiani dello Stretto”, ha dichiarato il presidente americano, lamentando che finora gli Usa lo avrebbero sorvegliato “gratis”. Da qui la promessa di un nuovo modello, con la protezione in cambio di un pagamento. Un approccio che ha immediatamente scatenato la reazione di Teheran, che ha definito le parole del tycoon “una minaccia diretta alla sovranità iraniana” e ha ribadito che lo Stretto è “chiuso fino a nuovo ordine” dopo gli scontri più intensi dal cessate il fuoco di aprile.
Il portavoce del comando militare Khatam al-Anbiya ha avvertito che “qualsiasi cooperazione con gli Usa sarà considerata un atto di guerra”, mentre i Pasdaran hanno promesso di “continuare a esercitare sovranità con forza e potenza”. Un messaggio eloquente. Il passaggio non è un territorio neutrale da amministrare come un condominio internazionale, ma un punto nevralgico della sicurezza iraniana.
Le parole di Trump su Khamenei e le perdite di Teheran
La tensione è aumentata ulteriormente quando il capo della Casa Bianca ha affermato che “Khamenei è andato, suo figlio è andato al 90%”, sostenendo che la Repubblica islamica avrebbe perso marina, aviazione e difesa antiaerea. Ricostruzioni che le autorità iraniane hanno bollato come “fantasie propagandistiche”, mentre gli osservatori internazionali hanno sottolineato che non esistono conferme indipendenti di quanto affermato dal presidente americano.
I nuovi droni d’attacco usati dagli Stati Uniti
Intanto, sul terreno gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova fase operativa. Il Centcom ha confermato di aver utilizzato per la prima volta droni d’attacco unidirezionali, sia aerei sia navali, colpendo decine di obiettivi in Iran. Tra questi, il Lucas, un sistema low-cost ispirato ai droni Shahed 136 iraniani, già impiegati dalla Russia in Ucraina. Un replica del letale gioiello nemico.
Secondo gli analisti militari, i veloci droni navali di classe “Fleet” potrebbero essere adattati per attacchi unidirezionali. Un’arma costosa, ma difficile da fermare. E soprattutto, un segnale. Gli Stati Uniti stanno sperimentando nuove forme di deterrenza in una delle aree più sensibili del pianeta. Un quinto del petrolio mondiale transitava da Hormuz prima dell’escalation. Ogni variazione di sicurezza, ogni raid, ogni esternazione roboante si traduce immediatamente in un aumento dei prezzi del greggio. Infatti i mercati hanno reagito con la prevedibilità di un riflesso condizionato: impennata dei prezzi, nervosismo degli importatori, preoccupazione dei consumatori.
Per Londra i Pasdaran sono terroristi
La Gran Bretagna ha aggiunto un ulteriore elemento di tensione designando ufficialmente i Pasdaran come organizzazione terroristica. Una decisione che Londra ha giustificato con “minacce alla vita e intimidazioni sul suolo britannico”. Anche un gruppo legato a Teheran, il Movimento Islamico dei Compagni della Destra, è stato inserito nella lista dopo attacchi contro la comunità ebraica nel Regno Unito. Un segnale politico forte.
La situazione nello Stretto di Hormuz
Nel frattempo, circa 20 navi commerciali hanno attraversato lo Stretto nell’ultima giornata sotto coordinamento statunitense. Un numero esiguo. In questo scenario, la retorica muscolare rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di instabilità. Le “sparate” di chi guida una superpotenza, hanno conseguenze che vanno ben oltre il palcoscenico mediatico, perché incidono sulle economie, sulle relazioni internazionali e sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Mentre Washington parla di “guardiani dello Stretto” e Teheran di “guerra alla sovranità”, il mondo osserva con crescente inquietudine un sequel geopolitico che nessuno aveva chiesto, e che potrebbe costare davvero molto caro.