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Politica

La tassa come carezza: il nuovo populismo in cashmere della sinistra

di Eleonora Manzo -

Da sinistra: il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein partecipano al dibattito “Lavoro il cuore della democrazia” nell’ambito delle celebrazioni per i 125 anni della Fiom, in Piazza Lucio Dalla a Bologna, 19 giugno 2026. ANSA / GIORGIA BASSOLI


La patrimoniale

A quanto pare il campo largo non ha ancora messo il grandangolo e per questo ha una visione molto più spostata a sinistra che d’insieme. Non si preoccupa di quel che pensa Renzi, che reclama più centrismo e moderatismo; né dell’uscita dal partito di Tabacci.

Per ora il problema principale sembra essere quello di difendere la propria identità, anche in vista della vociferata discesa in campo di Alessandro Di battista.

Ecco allora che si rispolvera la vecchia reliquia della patrimoniale presentandola come una carezza sociale che colpirebbe appena 50 mila milionari, ognuno chiamato a versare 6 mila euro l’anno. Tre dirigenti del centrosinistra, Cecilia Guerra per il Pd, Elisabetta Piccolotti per Avs e Chiara Appendino per il M5S hanno sottolineato che al massimo si rinuncerebbe a un cappotto di cashmere.

La lotta di classe evidentemente, ormai si fa in boutique. Il punto non è nemmeno la battuta, che pure tradisce quel moralismo da salotto molto amato da una certa sinistra. Il punto è la solita favola aritmetica raccontata agli italiani con la faccia seria, tassiamo una minoranza minuscola, quasi invisibile, e come per magia salteranno fuori 13 miliardi da destinare a nuova spesa pubblica. Luigi Marattin deputato e Segretario del Partito Liberaldemocratico, l’ha riassunta bene sui social, con quel misto di ironia e allarme che il tema impone.

Così – dicono le tre dirigenti – otterremo 13 miliardi con cui aumentare la spesa pubblica. Solo che 50 mila per 6 mila non fa 13 miliardi. Fa 300milioni, circa il 2% di tale cifra. Quindi a quanto pare, proprio come Vannacci, anche loro hanno problemi a fare ragioneria. Perché il meccanismo è sempre quello: si comincia dai ricchi, categoria elastica e politicamente utilissima, e si vende l’idea che il sacrificio sia marginale, quasi estetico. Un cappotto di cashmere in meno, oggi.

Poi magari domani il perimetro si allarga, la soglia si abbassa e a pagare non è più il fantomatico miliardario da rotocalco, ma il ceto medio che ha messo insieme una casa, due risparmi, forse l’azienda di famiglia. Non a caso, su questo terreno, i centristi continuano a tenersi ben alla larga. E non solo per tattica parlamentare: negli anni si sono detti più volte contrari a una patrimoniale, considerata una risposta facile a un problema vero, ma affrontato nel modo più pigro.

Difficile immaginare che un’area politica che si richiama alla responsabilità fiscale e alla tutela del risparmio possa trasformare una tassa sul patrimonio in uno slogan da campagna elettorale. Le reazioni, prevedibilmente, si sono divise. A sinistra c’è chi ha rivendicato la patrimoniale come gesto di giustizia redistributiva, quasi un dovere etico verso lo Stato-provvidenza.

La prospettiva del centrodestra

Nel centrodestra, invece, la proposta è stata bollata come l’ennesimo riflesso ideologico di chi considera il patrimonio non il frutto di lavoro, rischio e risparmio, ma una colpa da emendare con F24 e senso di colpa.

E in effetti il tratto più rivelatore non è economico, ma culturale: l’idea che il denaro privato sia sempre meno nobile del denaro pubblico, come se nelle casse dello Stato ogni euro diventasse automaticamente più intelligente, più giusto, quasi più puro. La sinistra pensa che basti tassare i patrimoni per sentirsi dalla parte giusta della storia.

Il governo Meloni, su questo terreno, ha almeno il pregio di non considerare il conto in banca una colpa da redimere. Ma adesso serve il passo successivo: meno slogan fiscali e più prova dei fatti su spesa, sprechi e crescita.

Perché alla lunga non basta dire no alla patrimoniale: bisogna anche evitare che, tra mille promesse di rigore, il cappotto di cashmere venga semplicemente sostituito dall’ennesima giacca pagata dai soliti noti.

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