E non si faranno prigionieri, neanche tra alleati: "Niente assalti alla diligenza"
Tocca a Giorgetti serrare le fila nel governo, e nella maggioranza, dopo lo scossone della legge elettorale: c’è una manovra da fare. “C’è di peggio”, ha glissato con ironia a margine dell’assemblea dell’Abi. Sornione, sì. Ma serissimo: “Ci sono le guerre”. Ecco, c’è il mondo che va a scatafascio, i prezzi dell’energia che salgono (ma su cui il Mef è pronto a usare la flessibilità messa a disposizione da Bruxelles), le prospettive per il futuro che scendono e non c’è tempo da perdere in chiacchiere, in retroscena, in rese dei conti. Perché c’è una manovra da fare. E no, non è troppo presto per iniziare a pensarci già da ora. “Già è complicato fare il ministro dell’Economia nell’ultimo anno prima delle elezioni, se poi si anticipa il voto diventa ancora più complicato”, ha detto al direttore del Corsera Luciano Fontana. “Quindi io sono contrario alle elezioni anticipate”. Sia messo agli atti.
Giorgetti già pensa alla manovra
Non conviene a nessuno tornare alle urne. Non conviene, innanzitutto, a Forza Italia. Dal momento che, come ha promesso Giorgetti, in manovra verranno usati gli “spazi ordinari” per compiere l’ennesimo passo verso la riforma fiscale. Quello, tanto sospirato, che finalmente sarà a vantaggio “dei redditi medio-alti”. Una carezza in un pugno. Che il capo del Mef mostra a ogni anima della maggioranza di centrodestra quando invita, considerando il contesto di spazi “ristretti” ad evitare “assalti alla diligenza”. Non sarà una manovra spendacciona, poche misure ma buone. Tutti avvisati. Anche le banche.
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Il capo del Mef mette in riga le banche
E sì, perché Giorgetti all’assemblea dei banchieri dell’Abi non s’è presentato mica col cappello in mano. Tutt’altro. Anzi, ha pure evocato un verbo “contribuire” che fa venire il mal di testa al comparto del credito. La Lega e Salvini, però, non esultino troppo. Il titolare del Mef non intende presentare già da ora nuovi balzelli da pagare alle banche. E, inoltre, ha annunciato pure che lo Stato non conserverà più partecipazioni rilevanti nel comparto bancario. Non si entusiasmino troppo, però, nemmeno dalle parti di Forza Italia. Gli istituti di credito, ha detto il ministro, “possono e devono contribuire a portare l’economia italiana, nel quadro dell’integrazione europea del mercato dei capitali, verso un livello sostenuto di crescita”.
“Sostenere le pmi”
In pratica, devono iniziare a scucire più prestiti alle pmi che “producono il 65% del valore aggiunto e il 75% dell’occupazione complessiva” evitando “ogni contrazione dell’offerta” che “restringe la loro capacità finanziaria”. La conclusione di questa parte del ragionamento, evidentemente, può mettere d’accordo tutti. Persino Lega e Forza Italia: “Questo pezzo di economia è il fondamento della ricchezza industriale del Paese e, a sua volta, dei 6 trilioni di ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Perché parlare sempre di venture capital in senso astratto e non capire che sono proprio le imprese piccole e medie il venture italiano? Limitare il credito alla parte più ampia del nostro sistema produttivo non è solo un problema economico ma un rischio per la sicurezza economica del Paese”. Patuelli, che pure aveva rivendicato il fatto che “le banche stanno facendo più della loro parte”, non può che incassare. Pure perché, appunto, Giorgetti non s’è presentato mica col cappello in mano.
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I conti a posto del governo, i numeri di Giorgetti
Anzi, ha ricordato all’assemblea che se quelle italiane sono tra le banche più solide nella Ue è perché il governo ha messo a posto i conti. Il deficit è sceso, ha detto, dall’8,1£ al 3,1%. Lo spread è sprofondato da 251 a 78 punti base. “Nel 2025 abbiamo registrato 7 incrementi del rating sovrano, in un caso per la prima volta da 23 anni”, ha rivendicato Giorgetti. Che, infine, non si fa mica impressionare dal risiko. Anzi, ha rivendicato l’approccio “neutrale” del governo e ha affermato di aspettarsi che le aggregazioni dimostrino il loro valore “aiutando le imprese italiane a crescere”.