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Esteri

La notte del Golfo: l’Iran sfida gli Usa, Vance accusa Israele

Il Pakistan cerca disperatamente di tenere aperto il dialogo

di Ernesto Ferrante -


Nelle ultime ore il confronto militare tra Stati Uniti e Iran ha assunto i contorni di una crisi regionale senza precedenti. Una spirale in cui si intrecciano attacchi mirati, ospedali evacuati e un gioco di pressioni sulle arterie energetiche del pianeta. Teheran ha scelto di alzare il livello dello scontro. Se Donald Trump dovesse dare seguito alle sue minacce contro le infrastrutture iraniane, la risposta sarebbe “più ampia, più severa, più distruttiva” di qualsiasi precedente. Non un semplice contrattacco, ma un colpo sistemico alle infrastrutture dell’intera area, con lo Stretto di Hormuz elevato a “linea rossa” invalicabile.

Raid e ospedali evacuati: cresce la pressione militare

Il generale Mohammad Akraminia, portavoce dell’esercito, ha scandito la posizione iraniana. Lo Stretto resterà chiuso finché Washington non rispetterà il memorandum d’intesa firmato a giugno, un documento in 14 punti che oggi appare come un relitto in mezzo alla tempesta. E mentre la diplomazia arranca, sul terreno la guerra procede. Le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato un nuovo “attacco devastante” contro la base aerea di Sheikh Isa, in Bahrein, sostenendo di aver distrutto radar, sistemi di comunicazione e infrastrutture di rifornimento dei caccia. Una rappresaglia ai raid statunitensi che hanno costretto all’evacuazione dell’ospedale pediatrico oncologico di Ahvaz, dove 211 bambini sottoposti a chemioterapia sono stati trasferiti in fretta e nel panico.

La denuncia iraniana è feroce: “crimine di guerra”, “attacco barbaro”, un’azione che, nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri, ricorda “le atrocità di Israele contro le strutture sanitarie”. La guerra delle narrazioni corre parallela a quella dei droni, e ciascuna alimenta l’altra.

Bab el‑Mandeb a rischio blocco su ordine iraniano

Ma la vera frattura geopolitica è più a sud, nel Mar Rosso. Secondo fonti della Repubblica islamica e regionali citate da Reuters, Teheran avrebbe chiesto agli Houthi di prepararsi a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb nel caso in cui gli Stati Uniti colpissero la rete elettrica iraniana. Missili e droni sarebbero già stati schierati. Se Hormuz è la prima arteria energetica del Medio Oriente, Bab el-Mandeb è la seconda. Paralizzarle entrambe significherebbe trascinare il mercato globale dell’energia in una crisi senza precedenti. Le compagnie di navigazione, già costrette negli ultimi mesi a circumnavigare l’Africa per evitare gli attacchi Houthi, osservano la situazione con crescente inquietudine.

Ombre sul raid di Minab: indagine USA “blindata”

Intanto, sul fronte delle responsabilità, emergono nuove ombre sul brutale raid che a febbraio ha colpito la scuola Shajareh Tayyiba a Minab, causando oltre 170 morti, per lo più studentesse. La Cnn ha riferito che il Pentagono avrebbe confermato nelle prime fasi del Battle Damage Assessment la responsabilità americana, ma non avrebbe mai avviato la terza fase, quella più approfondita, mentre il Centcom avrebbe “blindato” l’indagine. Informazioni datate, errori di intelligence, esitazioni interne. Un mosaico che alimenta la sensazione di una catena decisionale che si è “inceppata” proprio mentre la crisi richiederebbe chiarezza e trasparenza.

Pakistan media, Washington si divide sulla linea verso Teheran

In questo scenario, il Pakistan tenta ostinatamente di mantenere aperto un canale di dialogo. Islamabad continua a richiamare Stati Uniti e Iran al tavolo tecnico previsto dal memorandum di giugno, insistendo sulla necessità di fermare la violenza e riaprire il negoziato. Una mediazione paziente, quasi solitaria, che contrasta con un altro movimento, più silenzioso ma non meno incisivo. Quello che, stando al vicepresidente americano JD Vance, punta a sabotare ogni tentativo di accordo.

Vance denuncia sabotaggi da parte del governo israeliano

Vance ha denunciato l’esistenza di una campagna “ben finanziata” per far deragliare i negoziati, orchestrata da un ex membro della campagna di Trump e alimentata da “elementi del governo israeliano”. Parole pesanti, che rivelano una spaccatura profonda nella base repubblicana. Da un lato la corrente vicina a lui, contraria fin dall’inizio all’aggressione militare contro l’Iran. Dall’altro l’ala neocon e quel segmento del deep state statunitense storicamente legato a Israele, che vede nella pressione militare su Teheran una necessità strategica.

Così, mentre il Pakistan tenta di cucire, Israele, almeno secondo le accuse del vicepresidente, strappa. E gli Stati Uniti, divisi al loro interno, oscillano tra diplomazia e forza, tra esitazioni e avvertimenti. In mezzo, la regione intera trattiene il fiato, sospesa tra due stretti che potrebbero chiudersi e un conflitto che, giorno dopo giorno, sembra avvicinarsi a un punto di non ritorno.


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