Il poliziotto è democratico quando è ferito e prende botte
In Val di Susa sono rimasti feriti centoventisei operatori delle Forze di polizia e nessuno ha gridato all’allarme democratico. Bombe carta, bulloni, biglie d’acciaio, pietre, razzi, pali divelti e materiale incendiario. Gruppi organizzati hanno assaltato uomini e cantieri. I custodi della democrazia possono sanguinare senza allarmarla.
Il poliziotto è democratico solo quando è ferito e prende le botte. Immobile dietro lo scudo è rassicurante. Non esercita autorità e non costringe gli editorialisti a misurarsi con la violenza che subisce. Deve ricevere sanpietrini, possibilmente senza reagire, per consentire all’ipocrisia politica di esprimere solidarietà. Quando deve arrestare chi ha commesso un reato, affrontare un soggetto violento o contenere una piazza devastatrice, cessa di essere un lavoratore e diventa un teorema.
Nel caso tragico di Abderrahim Fakir la magistratura accerterà cause ed eventi. Per questo i paragoni con George Floyd e con l’ICE statunitense non sono denuncia civile, ma distorsioni ideologiche lontane dalla realtà. La Polizia di Stato è una forza civile e sindacalizzata, costruita dalla legge 121 del 1981 nell’architettura costituzionale della pubblica sicurezza. È funzione della democrazia.
Michele Ainis ha scritto dell’uso della forza e della fine del diritto. Denunciando il rischio che la paura produca norme sproporzionate. Ma nel suo ragionamento la forza pubblica appare come un potere da contenere, non come prerogativa dello Stato democratico da regolare e rendere efficace. La proporzionalità è una conquista della civiltà giuridica, non un esercizio accademico al riparo da chi lancia biglie d’acciaio e molotov. La forza dello Stato non tracima dal diritto quando interviene. Ma quando diventa arbitraria, o quando rinuncia a proteggere chi deve usarla nei limiti previsti.
Ecco la contraddizione. Perché gli stessi dubbi non affiorano con uguale nettezza davanti a un archetipo investigativo e processuale in cui la forza dello Stato può essere più pervasiva e soffocante? Custodia cautelare percepita come pena, condanna mediatica, atti diffusi selettivamente e reputazioni distrutte prima del giudizio sono anch’essi potere pubblico. La cultura del limite deve valere per ogni potere, comprese le funzioni investigative e giudiziarie, che dispongono di tempo, strumenti e poteri coercitivi.
Altrimenti lo Stato di diritto diventa severissimo con la forza visibile della strada e indulgente con quella, silenziosa ma talvolta più invasiva, esercitata nel procedimento, dove l’equilibrio tra accusa e difesa resta una questione tutt’altro che risolta.
Ai tempi del terrorismo e delle stragi di mafia, magistrati e poliziotti erano parti della medesima difesa repubblicana. Che cosa è cambiato? Forse oggi si pensa che i poliziotti siano al soldo del governo perché è di destra-destra? Se così fosse, la frattura riguarderebbe la qualità della democrazia e il Parlamento. Ezio Mauro ha affermato che la sicurezza è il primo diritto dei cittadini e invita la sinistra a fondarla sull’autorità dello Stato di diritto, sulla legalità e sul controllo del territorio.
Riflessione condivisibile ma tardiva, che non misura il ritardo storico e politico né le responsabilità culturali di chi ha consegnato la sicurezza alla destra. Per anni parte della cultura progressista l’ha trattata come una concessione all’altro campo. Ora scopre il controllo del territorio, ma guarda con sospetto chi deve garantirlo. C’è chi ha detto che la sinistra non può diventare come la polizia, affermando una bestialità. La sinistra non deve diventare polizia. Deve riconoscerla come funzione democratica e i poliziotti come lavoratori a rischio, altrimenti consegnerà definitivamente sicurezza e autorità a una parte, se non a un generale, e poi, con ipocrito cinismo, si stupirà di ritrovarle deformate.
Il patto sulla sicurezza era già stato proposto dal Ministro dell’Interno Piantedosi a maggioranza, opposizioni, sindaci, regioni e magistratura. Non un nuovo contratto sociale da redazione, ma una proposta già sul tavolo. Ora, dopo le reiterate violenze contro cantieri e poliziotti, si studiano lacrimogeni a maggiore gittata e, per la prima volta, proiettili di gomma. Si arriverà al lancio balistico dell’oleoresin capsicum o a reti di contenimento per immobilizzare i violenti? Ci ridurremo a trattare gli esseri umani come bestie nell’arena perché una minoranza non tollera il lavoro legittimo della Polizia e una parte politica trova sempre una ragione per giustificare chi sfida l’autorità e viola la legge?
La legalità non può essere selettiva. Non può valere contro lo Stato e dissolversi davanti a chi lo aggredisce. È questa insipienza a demolire lo Stato di diritto. Se si pretendono poliziotti inermi e impotenti davanti alla violenza, si finirà per immaginare strumenti sempre più distanzianti e disumanizzanti. Una politica seria non umilia chi, lavorando in uniforme, rappresenta lo Stato. Né bastano nuove pene dopo ogni agente ferito, serve certezza della pena. Il Codice penale e la fanfara di un generale non risanano gli organici, carenti da prima dell’insediamento dell’attuale Governo, non pagano gli straordinari arretrati né la formazione o le tutele.
I sindacati, compresi quelli delle Forze di polizia, dovrebbero evitare ogni forma di sudditanza politica. A destra manca spesso la cultura liberale del limite. A sinistra quella socialdemocratica del riconoscimento dell’autorità democratica e della dignità del lavoro dei poliziotti. Così gli uni sognano la forza senza mediazioni, gli altri i diritti senza riconoscere quelli di chi deve garantirli. Dietro ogni casco rotto c’è un lavoratore di polizia. Lo Stato pretende disponibilità immediata, resistenza e pazienza illimitata a fronte di retribuzioni inadeguate. Bombe carta, bulloni, biglie d’acciaio, sanpietrini, pali divelti, avvisi di garanzia e processi arrivano puntuali. Lo straordinario, molto meno.
LEGGI TUTTE LE NEWS DI SICUREZZA
Torna alle notizie in home