Viva la libertà d’informazione. Abbasso Dibba
Visto che quasi nessuno ne parla, ve lo diciamo noi: Alessandro Di Battista ha fallito, niente referendum per l’abolizione dei contributi pubblici all’editoria. L’ex grillino scalpitava per tornare in politica e aveva improvvidamente puntato sulla raccolta firme contro “il reddito di giornalanza” (espressione orrenda, che faceva il verso a quel reddito di cittadinanza che fu la bandiera M5S) come test della sua popolarità. Ma non ce l’ha fatta. E per fortuna, visto che la libertà di stampa è sacra (oltre che sancita dalla Costituzione) e il contributo pubblico ai giornali va proprio in sua difesa. Così come va in difesa del pluralismo dell’informazione, a partire dalle piccole testate indipendenti, che senza contributi sarebbero condannate a chiudere i battenti.
Dibba voleva punire i giornali schierati, voleva combattere l’ennesima casta – ma non si fa di tutta l’erba un fascio – e (certamente) voleva fare notizia. E il fatto c’è, per carità: ci sono centinaia di migliaia di cittadini che ce l’hanno con i giornali, visto che hanno firmato contro il finanziamento pubblico. Dobbiamo rivolgerci a questi (e)lettori e riconquistare la loro fiducia. Ma intanto possiamo dire che forse Dibba, dopo la batosta, non lancerà il suo nuovo partito (che necessiterebbe, per l’appunto, di una raccolta firme). Il tutto con grande gioia di Conte, di ciò che resta del M5S, e del campo largo tutto. Niente spauracchio di un “Vannacci di sinistra”. Noi invece siamo contenti che la maggioranza degli italiani crede ancora che il diritto all’informazione sia un pilastro della democrazia e che come tale vada tutelato.
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