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Campo largo, ma leadership stretta: alla sinistra manca ancora un vero federatore

di Eleonora Manzo -

Da sinistra, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni durante una manifestazione del campo largo. ©ANSA


Il problema del campo largo non è più soltanto la sua forma politica, ma la sua sostanza. Da mesi il centrosinistra insiste nel presentarlo come la naturale risposta al centrodestra. Unire tutto ciò che sta dall’altra parte, sommare sigle, leadership, mondi diversi, e poi affidarsi alle primarie o a una sintesi dell’ultima ora. Ma più il progetto prende forma, più appare chiaro il suo limite di fondo. Non basta allargare il perimetro per far funzionare il progetto, piuttosto servono candidature solide e una chiara idea di governo che al momento manca del tutto.

Il campo largo, sulla carta, dovrebbe essere la formula capace di tenere insieme Pd, Cinque Stelle, sinistra diffusa, centristi occasionali e mondi civici. Nella realtà, somiglia sempre più all’opera di Pirandello, ‘Sei personaggi in cerca d’autore’. Perché prima ancora del programma, prima ancora delle alchimie tra partiti, c’è una domanda che nessuno riesce davvero a sciogliere: chi guida questa coalizione, chi è l’autore di questo nuovo disegno politico e con quale credibilità? È qui che emergono tutte le fragilità di una costruzione politica che pretende di apparire inclusiva, ed esclusiva ma finisce per essere del tutto incerta.

Il caso di Silvia Salis è emblematico. Figura nuova, immagine pulita, volto spendibile nel racconto del rinnovamento. Ma il nodo resta intatto, quale esperienza di governo porta davvero in dote al campo largo? Fare il sindaco di Genova da due anni non equivale a possedere lo spessore necessario per rappresentare una proposta nazionale. E soprattutto non equivale ad avere alle spalle una vera esperienza politica strutturata. Il punto non è negare dignità a un profilo civico. Il punto è chiedersi se il campo largo possa davvero pensare di affidarsi a candidature costruite più sull’effetto novità che sulla prova dei fatti.

Lo stesso discorso vale per Elly Schlein, sia pure su un piano diverso. Schlein è una leader politica, nessuno può contestarlo. Guida il Pd, ne interpreta la linea, ha consolidato una leadership interna e una riconoscibilità esterna. Ma il cuore della questione resta, governare è ben altra cosa. C’è differenza tra guidare un partito e guidare una nazione. Servono visione, capacità di gestione, attitudine alla decisione, autorevolezza istituzionale. E’ su questo piano che il campo largo mostra il suo vuoto più serio, confonde troppo spesso la forza identitaria con l’idoneità al governo.

Dentro questo schema si colloca anche Giuseppe Conte, che almeno un elemento, nel bene o nel male, può rivendicarlo, lui ha governato. Sul come, certo, il giudizio può essere severo e per molti versi lo è stato. Ma l’esperienza di Palazzo Chigi, a differenza di altri, l’ha conosciuta davvero. Non a caso Conte è intervenuto negli ultimi giorni mettendo alcuni paletti politici: tutte le forze del campo dovranno rispettare il risultato delle primarie e, a settembre, tutti i soggetti coinvolti dovranno definire i punti programmatici del progetto comune.

E’ in questo quadro che una parte del Pd, quella più pragmatica e meno ideologica, prova a cercare un federatore. Non un nome simbolico, non l’ennesima candidatura da congresso permanente, ma una figura capace di allargare davvero le primarie e di offrire al campo largo un profilo di comprovata esperienza. Da questo punto di vista perfino Carlo Calenda, pur restando esterno al campo largo, coglie un punto reale quando lancia il nome di Paolo Gentiloni.

Gentiloni non scalda le curve, non infiamma le piazze e probabilmente non entusiasma chi vive di slogan e mobilitazione permanente. Ma ha una qualità che oggi nel campo largo appare rara, la maturità.
Il punto, allora, non è soltanto chi stia dentro o fuori il campo largo. Il punto è se il campo largo voglia essere una coalizione per governare o soltanto una formula per tenere insieme l’opposizione. Perché se la risposta resta affidata a candidature fragili, a leadership ancora acerbe sul piano della gestione e a programmi da definire strada facendo, il rischio è evidente, non un’alternativa di governo, ma l’ennesimo assemblaggio elettorale. E gli italiani, su questo, da tempo hanno imparato a riconoscere la differenza.

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