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L’ontologia del raglio: se Travaglio diventa un’autocitazione

Un’analisi spietata del mimetismo di Polito: quando la satira svela i cortocircuiti del giustizialismo, tra ossessioni, gaffe storiche e claque in cortocircuito

di Anna Tortora -

Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano. ©ANSA


Sfugge quasi sempre, nei processi di deificazione mediatica, il momento esatto in cui un autore smette di produrre pensiero e inizia a somministrare la caricatura di se stesso. Nel caso di Marco Travaglio, la transizione da cronista d’assalto a figura di rito si è compiuta con una precisione quasi scientifica: la realtà cessa di essere un groviglio ermeneutico e si appiattisce in un’infinita seduta dell’aula bunker. Quando Antonio Polito ne ha preso il lessico per volgerglielo contro, non ha fatto un semplice esercizio di stile. Ha eseguito un’anatomia patologica. Ha esposto la salma del giornalismo giustizialista a favore di camera, mostrando ciò che è sempre stato: un bollettino parrocchiale per giacobini di provincia.

La reazione delle truppe cammellate, accorse nei commenti con l’insofferenza sintattica dei semianalfabeti di ritorno, era del resto ampiamente prevedibile. Pierre Bourdieu la chiamerebbe violenza simbolica: la frustrazione di chi, privato del dogma infallibile del proprio leader spirituale, scopre che la cattedra su cui siede il Maestro non è fatta di marmo, ma di truciolato presagomato.

Il vizio logico del “travagliese”

Il travagliese originale soffre di un vizio logico originario che gli storici della storiografia conoscono bene: la riduzione del divenire umano a un’eterna seduta dello Stasi. Senza spazio per la complessità, per la contraddizione o per la tragedia politica, restano solo imputati non ancora scoperti e pentiti da santificare. La narrazione del Fatto è una petizione di principio travestita da scoop, un’incessante prosopopea in cui l’autore confonde la verità oggettiva con il proprio compiacimento narcisistico.

Vederlo ridotto a macchietta, da una penna che conserva l’uso dei congiuntivi e una remota nozione di sintassi, ha provocato nei suoi fedeli lo stesso trauma ortopedico che subisce il devoto quando scorge la statua del patrono tarlata dal tempo. Non potendo confutare il merito, la claque risponde con l’unica risorsa euristica a sua disposizione: l’insulto ad personam, la bava alla bocca, il tic verbale del sospetto.
Siamo al tramonto del gogna-style. E il dramma del suo profeta non è essere stato attaccato, ma essere stato capito, decodificato e infine deriso. Con la ferocia sottile di chi ha letto qualche libro in più.

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