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Sociale

Burnout dei docenti, un campanello d’allarme che suona insieme al rientro a scuola

Il rapporto Eu-Osha, insieme al nuovo contratto mostrano il disagio anche di chi insegna

di Priscilla Rucco -


Il rientro in aula di settembre riporta alla luce una questione che la scuola italiana fatica ancora ad accettare: lo stato di salute di chi sale in cattedra. A dare nuova spinta alla problematica al dibattito è il rapporto diffuso il 30 luglio dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Eu-Osha), centosei pagine dedicate ai rischi psicosociali nel settore dell’istruzione – che in Europa occupa circa dieci milioni di lavoratori. Dalle statistiche emerge che quasi un insegnante su due – della scuola secondaria di primo grado – convive con lo stress lavorativo, il 24 per cento ritiene che la professione danneggi la propria salute mentale, il 22 per cento quella fisica.

Bornout dei docenti: i dati

Uno studio del Centro Studi Erickson e del dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova, firmato da Benedetta Zagni, Gerardo Pellegrino, Sara Scrimin e Dario Ianes e pubblicato nel 2025 sull’International Journal of Educational Research, ha interrogato 1.904 docenti di ogni ordine e grado. Il livello medio di stress percepito si attesta a 8,04 su una scala di dieci: l’85 per cento dichiara un valore pari o superiore a 7, mentre soltanto l’1,4 per cento resta su soglie basse. Il campione restituisce anche una professione fortemente femminile (95,9 per cento) e segnata dalla precarietà, che riguarda quasi otto intervistati su dieci.

Più datata, ma non meno significativa è la rilevazione dell’Health & Sustainability Lab dell’Università di Milano-Bicocca, che nel 2022 ha coinvolto 5.847 insegnanti di 449 istituti secondo cui il 48 per cento presenta livelli critici in almeno uno dei tre indicatori classici del burnout, ovvero esaurimento emotivo, cinismo e ridotta realizzazione personale, mentre il 4,6 per cento li registra tutti e tre. Solo un docente su quattro dichiara di non essersi mai recato al lavoro in condizioni di salute che avrebbero consigliato di restare a casa.

Le cause 

Contrariamente ad un luogo comune, il logoramento non nasce nel rapporto con gli alunni. Le indagini indicano piuttosto gli adempimenti burocratici, la scarsa considerazione sociale ed economica della professione, la numerosità delle classi, la complessità dei rapporti con le famiglie e con le dirigenze, l’iperconnessione che dilata l’orario lavorativo, oltre ogni confine. Lo stesso rapporto europeo osserva che, nella secondaria di primo grado, l’insegnamento vero e proprio assorbe il 71,5 per cento del carico, mentre il resto se ne va tra gestione della disciplina e pratiche amministrative.

Non mancano elementi di segno opposto. La ricerca padovana individua nella relazione con gli studenti il principale fattore protettivo, con un punteggio di 8,55 su dieci, seguito dal sostegno dei colleghi e dalla cura del proprio benessere. È da lì, sostengono gli autori, che occorre ripartire.

Le risposte delle Istituzioni

Sul piano normativo qualcosa si muove, anche se con estrema con lentezza. La legge di bilancio 2025 ha istituito, al comma 345, un fondo per il servizio di sostegno psicologico nelle scuole, dotato di dieci milioni di euro per il 2025 e di 18,5 milioni annui dal 2026: una misura importante, che però guarda agli studenti, non al personale. Il decreto legislativo 81 del 2008 obbliga già i dirigenti scolastici, in qualità di datori di lavoro, a valutare il rischio da stress lavoro-correlato nel documento di valutazione dei rischi, adempimento che in molti istituti resta formale.

La novità più concreta arriva dal tavolo contrattuale. Nella bozza del contratto Istruzione e Ricerca 2025-2027, la cui trattativa si è aperta all’Aran lo scorso 22 luglio, l’articolo 7 affida a un organismo paritetico per l’innovazione anche la materia dello stress lavoro-correlato e del burnout: per la prima volta il tema entra formalmente tra gli argomenti delle relazioni sindacali.

La tutela che manca

In Italia il burnout non è classificato come malattia professionale per il personale scolastico e le organizzazioni sindacali chiedono da tempo l’estensione dello status di lavoro usurante, insieme ad un osservatorio permanente di monitoraggio. Anche il “Coordinamento nazionale docenti dei diritti umani” ha rilanciato la proposta di una carta del benessere docente. Perché il malessere di chi insegna – anche – se ignorato, finisce inevitabilmente per pesare su chi deve imparare.

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