L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

Bruxelles rischia di rendere immortale il mito di Mladić

di Alessandro Scipioni -


La sterile polemica sulle commemorazioni di Ratko Mladić non è che l’ennesimo saggio di una prassi consueta; la tendenza dell’Occidente a liquidare i drammi storici con la moneta spicciola del moralismo progressista.

La questione centrale non è certo la condanna dei crimini di guerra e dei massacri, operazione intellettualmente ed eticamente scontata che chiunque abbia a cuore la civiltà non può che sottoscrivere. Il nodo nevralgico, che l’Europa analfabeta di psicologia collettiva dei popoli si ostina a non cogliere, risiede nel comprendere le ragioni profonde per cui una comunità nazionale decida di aggrapparsi alla memoria di chi ne ha guidato l’esercito nel momento del pericolo. Di chi ha difeso la casa comune.

Quando una nazione attraversa il fuoco di un conflitto etnico ed esistenziale, i generali assumono inevitabilmente il ruolo di difensori del popolo; per quel popolo, la percezione diventa inevitabilmente manichea. Pretendere una lucida, neutra e distaccata storicizzazione a soli trent’anni dai fatti è una pretesa assurda, la sedimentazione della memoria richiede generazioni, e forse solo tra qualche decennio si potrà pretendere un’analisi spogliata dal pathos della sopravvivenza, dai drammi nazionali e dalle tragedie umane vissute da molti anche direttamente.

Il paradosso

​Il paradosso risiede nel fatto che l’Unione Europea e l’intellighenzia progressista cadono nello stesso identico errore manicheo che contestano a Belgrado, ribaltandone semplicemente la prospettiva. Per i serbi Mladić è soltanto un eroe nazionale serbo, per Bruxelles soltanto un criminale di guerra. Ma qui la realtà storica, impone di guardare alla dualità della natura umana incarnata nel personaggio. Mladić sintetizza entrambe le figure!

Enrico Cialdini cos’è? Un grande generale risorgimentale, o un fucilatore di contadini meridionali? Storicamente entrambe le cose!

La storia impone di guardare tutti gli aspetti non solo quello che ci fa più comodo vedere!

Comprendere la complessità dei popoli

Demonizzare in blocco ed ergersi a tribunale etico è una scorciatoia che svela soltanto l’incapacità di comprendere la complessità dei popoli. Le nazioni fiere, sono dotate di un pragmatismo che alla burocrazia di Bruxelles manca, conoscono bene il pericolo di spezzare il filo della memoria storica. In Russia, al netto dei giudizi sui loro regimi, i busti di Lenin e le salme al Cremlino restano al loro posto, e lo stesso Stalin non viene completamente cancellato proprio per evitare la frammentazione dell’identità collettiva; in Cina, Xi Jinping, pur avendo patito le persecuzioni della Rivoluzione Culturale, si guarda bene dal distruggere il mito di Mao, accreditandosi persino come suo naturale successore.

​L’Unione Europea, un’architettura politica fragile e ad essere eufemisti claudicanti, travolta da stridenti debolezze interne, continua invece a distribuire pagelle di democrazia e schiaffi morali, dimenticando le proprie immense colpe storiche nella genesi del dramma balcanico. La Jugoslavia fu un’invenzione a tavolino delle potenze transnazionali, una polveriera tenuta insieme soltanto dalla spietata dittatura comunista di Tito, tollerata dall’Occidente in chiave anti-sovietica. Nel momento del sanguinoso crollo, l’Occidente ha individuato nella Serbia il capro espiatorio perfetto, l’unico colpevole di ogni abominio, ignorando come Belgrado tentasse di difendere una propria identità slava e cristiana all’interno di un contesto storico da sempre martoriato.

L’Occidente non ha mai fatto i conti con le proprie responsabilità. Continuare oggi a censurare, bacchettare e mettere all’indice la sensibilità del popolo serbo non produrrà l’effetto sperato. Anzi, la demonizzazione esterna, il paternalismo dell’UE e la condanna di un’intera nazione non faranno altro che radicalizzare il risentimento di Belgrado, finendo paradossalmente per cementare e rendere immortale proprio il mito di figure come Mladić.

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