Bene le preferenze, ma ci vogliono i corpi intermedi
Per troppo tempo abbiamo coltivato una convinzione comoda: che il futuro, semplicemente perché viene dopo, fosse destinato a essere migliore. Il progresso è stato trattato come un automatismo capace di correggere ingiustizie e squilibri. Oggi sappiamo che non è così. Guerre, diseguaglianze, insicurezza sociale e fragilità delle istituzioni ricordano che ogni conquista può essere perduta se i cittadini cessano di esserne protagonisti.
È qui che la politica dovrebbe ritrovare la propria missione. Le persone non chiedono tatticismi o gare di furbizia parlamentare. Chiedono risposte alle urgenze della vita quotidiana: salari dignitosi, lavoro stabile, sanità accessibile, casa, sicurezza, sostegno alle famiglie, opportunità per i giovani, tutela degli anziani e servizi efficienti in ogni territorio. Quando la politica si allontana da queste domande, alimenta sfiducia e spazio alla demagogia.
Anche per questo il confronto sulla legge elettorale non può ridursi all’ennesimo teatrino. Il ritorno delle preferenze, dopo trentacinque anni, è importante: restituisce agli elettori la possibilità di incidere sulla scelta di chi li rappresenterà in Parlamento e riapre quel processo di selezione dal basso che lega il rappresentante al territorio e alle comunità. Rimane il limite dei capilista designati dai partiti, compromesso che conserva alle segreterie una quota di potere. Ma il principio cambia: il cittadino torna finalmente a scegliere.
Per questo è poco edificante lo spettacolo dell’ultimo minuto. Chi ha contrastato le preferenze le riscopre improvvisamente attraverso un subemendamento, mentre Giorgia Meloni, che ne aveva sostenuto il ripristino, ha dovuto fare i conti con il vincolo posto dagli alleati di governo: preferenze sì, purché ai partiti resti almeno la designazione del capolista. Si può discutere questo equilibrio e considerarlo insufficiente. Ma trasformare una questione decisiva per la qualità della rappresentanza in una mossa tattica è esattamente ciò che allontana i cittadini dalle istituzioni.
Il problema è più grande della formula elettorale. Una democrazia vive nel rapporto continuo tra società e istituzioni, non quando il popolo viene convocato soltanto per ratificare decisioni prese altrove. Le preferenze aiutano, ma non bastano. Occorre restituire forza ad associazioni, volontariato, cooperazione, sindacato, autonomie locali e comunità civiche. Senza corpi intermedi, il cittadino resta solo davanti allo Stato, al mercato e ai poteri organizzati.
La Dottrina sociale della Chiesa offre una bussola concreta: bene comune, solidarietà, sussidiarietà e partecipazione. Non formule da convegno, ma criteri per sostenere persone e comunità, impedire che i più fragili restino soli e fare della partecipazione la sostanza della democrazia.
Quando questa trama si indebolisce avanzano altri poteri. La demagogia trasforma il disagio in rancore, offre un nemico al posto di una soluzione e promette scorciatoie dove servirebbero responsabilità. Il paradosso è evidente: si invoca il popolo mentre gli si chiede di affidarsi a un capo e delegare ancora di più. È il contrario della cittadinanza adulta.
Per questo oggi serve un cambio di passo. Non nuovi salvatori, ma una politica capace di tornare alle cose che contano e di farsi misurare sui risultati.
Non espedienti parlamentari, ma regole comprensibili che avvicinino eletti ed elettori. Non una competizione su chi sorprende l’altro con l’ultima mossa, ma un confronto serio su lavoro, welfare, sviluppo, pace, giustizia sociale e futuro delle nuove generazioni.
Il ripristino delle preferenze può essere un primo segnale, purché nessuno lo trasformi nell’ennesima occasione di propaganda. Dopo trentacinque anni, ridare agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti significa riconoscere che la democrazia non appartiene alle segreterie. Bisogna ripartire dai territori, dalla responsabilità degli eletti verso chi li vota, dalla partecipazione organizzata e da una politica giudicata per ciò che cambia davvero nella vita delle persone.
In una stagione che domanda cambiamento, il modo peggiore di rispondere è offrire il solito spettacolo. Gli italiani hanno problemi troppo seri per assistere a un teatro politico permanente. Chiedono istituzioni credibili e decisioni concrete. La democrazia recupera autorevolezza quando restituisce potere ai cittadini. Perché, quando un popolo smette di scegliere e partecipare, c’è sempre qualcuno pronto a scegliere al suo posto.
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