Coppia gay respinta a Zanzibar: “È mio marito”, poi ore bloccati in aeroporto. Parlano Vincenzo e Antonio
Doveva essere una vacanza a Zanzibar, si è trasformata in ore di paura, attesa e incertezza all’interno dell’aeroporto. Una coppia italiana, Vincenzo e Antonio, racconta di essere stata respinta all’ingresso nel Paese dopo aver dichiarato alle autorità di essere sposata. “Eravamo partiti con le migliori intenzioni, essere trattati come criminali ci ha segnato”. Ora i due chiedono il rimborso del viaggio e non escludono di procedere per vie legali.
Avevano scelto Zanzibar per trascorrere una vacanza e si erano affidati a un’agenzia per organizzare il viaggio. Prima della partenza avevano preparato tutta la documentazione richiesta, compresi il visto turistico e l’assicurazione obbligatoria. Ma una volta arrivati in aeroporto, quello che doveva essere l’inizio del soggiorno si è trasformato in un incubo.
“Al primo controllo non abbiamo avuto alcun problema. Ci hanno scannerizzato l’assicurazione ed era tutto regolare”, racconta uno dei due. La situazione sarebbe cambiata al momento del controllo dei passaporti.
Zanzibar, la domanda al controllo passaporti
Allo sportello, l’agente avrebbe chiesto ai due turisti quanti giorni sarebbero rimasti sull’isola, in quale resort avrebbero alloggiato e quale fosse il loro rapporto.
“Mi hanno chiesto se lui fosse un mio amico e io ho risposto semplicemente: “È mio marito”. Siamo sposati in Italia e nessuno ci aveva detto che avremmo dovuto nasconderlo”.
Secondo il racconto della coppia, da quel momento l’atteggiamento degli agenti sarebbe cambiato. “Ha ripetuto la parola “husband”, poi la guardia si è girata verso un collega e hanno iniziato a ridere. Mi è stata fatta nuovamente la stessa domanda e, rendendomi conto che poteva esserci un problema, ho provato a dire che si era trattato di un errore linguistico e che era un mio amico”.
La coppia sostiene di non aver avuto comportamenti affettuosi in pubblico e di essere stata consapevole della necessità di mantenere un profilo discreto durante il soggiorno. “Non avevamo fatto nulla. Volevamo soltanto superare i controlli, prendere la macchina e raggiungere il resort”.
“Ci hanno detto che non potevamo entrare”
Dopo una lunga attesa, sarebbe arrivato un responsabile della compagnia aerea a comunicare ai due ragazzi che non sarebbero potuti entrare nel Paese.
“Ci ha detto che da quel momento eravamo sotto la responsabilità della compagnia e che saremmo stati inseriti sul primo volo disponibile per tornare in Italia”.
Nel frattempo, raccontano, anche i bagagli sarebbero stati controllati senza che loro fossero presenti. Al ritorno avrebbero inoltre trovato una valigia danneggiata e il contenuto in disordine.
Una circostanza che ha reso la vicenda ancora più dolorosa. I due avevano infatti preparato alcune valigie con vestiti, scarpe e altri beni da lasciare alla popolazione locale.
“Sapevamo che avremmo incontrato bambini e persone in difficoltà e volevamo portare qualcosa. Eravamo partiti con le migliori intenzioni. Poi ti ritrovi trattato come un criminale e questa è una cosa che ti segna”.
Ore bloccati nell’area internazionale
I due raccontano di essere rimasti per ore nell’area internazionale dell’aeroporto, senza avere con sé i propri documenti e senza sapere esattamente quando sarebbero potuti ripartire.
“Siamo rimasti dalle 7:00 fino alle 21:00. Non sapevamo quale volo avremmo preso e i nostri passaporti non erano con noi. Avevamo paura persino di allontanarci dalle sedie perché quello era l’unico posto in cui sapevano dove trovarci”.
Nel frattempo sarebbe stato attivato anche il canale consolare. La coppia racconta di aver ricevuto indicazioni telefoniche e di aver cercato di rendere meno visibili sui propri profili social le immagini che documentavano il matrimonio.
“Ci siamo ritrovati a nasconderci. Eravamo molto preoccupati e, a quel punto, anche se ci avessero permesso di entrare, noi non volevamo più farlo”.
Il ritorno in Italia: “Scortati fino all’aereo”
La situazione si sarebbe sbloccata soltanto in serata, quando i due hanno scoperto di essere stati inseriti nella lista passeggeri di un volo in partenza.
I passaporti, però, secondo la loro testimonianza, non sarebbero stati riconsegnati direttamente. “Sono stati messi in un fascicolo e consegnati alla compagnia aerea. Siamo stati accompagnati fino al volo senza avere i documenti con noi”.
Una volta arrivati a Napoli, ad attenderli c’erano gli agenti di polizia. “Sono saliti sull’aereo e hanno chiamato i nostri nomi davanti agli altri passeggeri. Abbiamo attraversato la cabina con tutti che ci guardavano. Ci siamo sentiti come se avessimo commesso qualcosa di gravissimo”.
Dopo gli accertamenti, però, la polizia italiana avrebbe verificato che a loro carico non risultava alcun reato, permettendo alla coppia di tornare a casa.
Il confronto con l’agenzia di viaggio
Una volta rientrati, i due si sono rivolti all’agenzia che aveva organizzato la vacanza. Precisano di non voler attribuire all’agenzia la responsabilità di quanto avvenuto all’aeroporto, ma contestano di non essere stati adeguatamente informati dei rischi.
“Se sai che si tratta di un Paese nel quale una coppia omosessuale potrebbe incontrare problemi, devi avvertire i clienti. Sarebbe bastato dirci chiaramente che, in caso di domande, avremmo dovuto presentarci come due amici in viaggio”.
Proprio per evitare inconvenienti, spiegano, avevano scelto di rivolgersi a professionisti anziché organizzare autonomamente la vacanza. ”Io acquisto un viaggio tramite un’agenzia proprio per essere tutelato. Quando quella tutela serve, deve esserci”.
La richiesta di rimborso e l’ipotesi delle vie legali
Adesso la coppia sta cercando di ottenere il rimborso del viaggio, costato circa 4mila euro. Per il momento, spiegano, l’intenzione è quella di trovare una soluzione amichevole.
“Abbiamo fatto una richiesta verbale e anche tramite messaggio. Vogliamo semplicemente riavere quanto abbiamo speso. Non stiamo chiedendo somme aggiuntive”.
Se però non dovesse arrivare una risposta concreta, i due sono pronti a procedere formalmente. “Manderò una lettera di richiesta all’agenzia. Se anche quella dovesse essere contestata o ignorata, allora valuteremo inevitabilmente le vie legali”.
Nonostante tutto, sottolineano di non voler interrompere necessariamente il rapporto con l’agenzia. “Un errore può succedere. Ma le responsabilità vanno riconosciute e noi chiediamo soltanto il rimborso della vacanza che non abbiamo potuto fare”.
“Ancora oggi ci è rimasta la paura”
A distanza di una settimana, il peso di quanto accaduto non è ancora passato.
“Ancora oggi siamo traumatizzati. Quando qualcuno ci fa una domanda, ci guardiamo quasi pensando: “Che cosa ci sta chiedendo?”. È una sensazione che ci è rimasta addosso”.
A pesare è soprattutto il contrasto tra lo spirito con cui erano partiti e il trattamento che raccontano di aver ricevuto. “Avevamo portato vestiti e altre cose per i bambini del villaggio perché volevamo lasciare un piccolo segno. Poi siamo stati noi a tornare a casa con un segno, ma completamente diverso”.
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