L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Teatro

Sociologia del Teatro

Il Teatro toglie la paura dell’ignoto

di Michele Enrico Montesano -


“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, perché il teatro è una grande forza civile, il Teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte” Leo De Berardinis. È curioso notare come la parola ostile derivi da hostis (nemico, straniero) e condivida la stessa radice con hospes, ossia ospite.

Entrambe le parole includono colui che è “altro da me” ma vengono declinate in maniera diametralmente opposta. Quest’ambivalenza è dovuta, come sosteneva il linguista Benveniste, alla radice indoeuropea ghostis, ossia straniero. Sta a chi guarda giudicarlo ospite o ostile. Una società chiusa non produce cultura, e senza cultura si muore.

Routine, comfort zone, sono termini contemporanei, necessari ad esprimere una stasi vista come qualcosa di confortevole ma che nasconde una latente paralisi. Scuse per rifugiarsi il più lontano possibile dalla società, termine che deriva dal latino socius (“compagno”) e a sua volta dal protoindoeuropeo sekw– che significa “seguire”. Perciò “società” ha nel suo significato un verbo attivo. Seguire insieme, essere insieme. È qualcosa che si alimenta con il sostegno di tutti. Analogamente funziona il Teatro che è uno “specchio della società”, come sosteneva Eduardo De Filippo.

Non esistono solo gli attori, ma anche il pubblico, che è parte integrante dello spettacolo. Scriveva Grotowski che lo spettacolo: “è un atto generato da reazioni e impulsi umani, da contatti tra persone. È un atto sia biologico che spirituale”. Attori e pubblico sono quindi due agenti interdipendenti e co-agenti; non esiste Teatro senza pubblico e non esiste pubblico senza attori. L’essenza stessa è nell’incontro tra attore e spettatore, tra un essere umano e un altro. Parlare di Teatro è come parlare di società. L’unico elemento necessario è l’incontro, lo scambio, la relazione. “Non può esistere senza il rapporto attore/spettatore, senza la comunione della percezione diretta, ‘viva’, “è ciò che avviene tra spettatore e attore. Qualsiasi altra cosa è supplementare”. E da questo incontro miracoloso di due entità distinte, che s’ignoravano, nasce qualcosa di nuovo. Ogni singolo ingranaggio contribuisce ad alimentare quel processo di creazione.

Si è parte di una macchina. Il Teatro è salvifico perché funambolico: perennemente in equilibrio su un filo e costretto ad avanzare precariamente. Quel mezzo passo in più, che toglie il fiato e spaventa, è necessario per andare oltre. Indispensabile per raggiungere la meta. Perdere l’equilibrio per non rimanere fermi e in questa paura incontrare l’altro, il diverso. Ma bisogna avere il coraggio di lasciarsi andare, per un attimo, e rischiare di cadere. E forse proprio cadendo troviamo l’altro.

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