Il sigillo di Giorgia sulla via delle urne
In Italia siamo sempre in permanent campaign, anche quando alle urne manca ancora un pezzo di strada. Ma stavolta ci siamo davvero, la legge elettorale è fatta e nei palazzi della politica la testa è già da tempo altrove: alle prossime elezioni.
Con il voto di ieri a Montecitorio e il via libera definitivo allo Stabilicum si chiude il cantiere delle regole e si entra nel vivo: ai vertici dei partiti si ragiona già di capilista, preferenze, collegi ed election day.
E Giorgia Meloni guarda esattamente nella stessa direzione: alle urne.
Nel suo messaggio dopo il voto rivendica che gli italiani potranno tornare a scegliere “tutto”: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e anche il proprio parlamentare, grazie al ritorno delle preferenze. Poi mette il timbro politico sulla giornata: “Siamo uniti, compatti e determinati”.
È qui che la legge smette di essere una questione da costituzionalisti e diventa una faccenda molto concreta per i partiti. Perché il nuovo sistema è proporzionale, ma con un premio di maggioranza che scatta sopra il 42%; la conseguenza politica è evidente: i partiti per puntare davvero a governare devono fare i conti con gli alleati. E a destra l’unità rivendicata dalla premier dovrà misurarsi con le partite interne.
La Lega arriva alla vigilia della campagna con il congresso straordinario e il confronto tra la linea di Salvini e quella dei governatori del Nord. In Forza Italia, invece, il problema sono i malumori sulla gestione del partito, con una sempre più palese richiesta di rinnovamento che, con la partita delle candidature, rischia di riaprire vecchie tensioni.
E poi, diciamoci la verità: sia il Carroccio che FI sono al momento stimati ben al di sotto della doppia cifra e in questo quadro la variabile Vannacci pesa eccome. A sinistra la difficoltà è ancora più evidente. La legge spinge il campo largo a stare insieme, ma il candidato premier dovrà essere indicato nel programma già al momento della presentazione delle liste.
E qui sono dolori: Schlein rivendica la centralità del Pd – e quindi di se stessa – Conte insiste sulle primarie e sul passo indietro dei leader per arrivare a una candidatura condivisa, anche se ovviamente vorrebbe fare il tris a Palazzo Chigi e la quadra è ancora lungi dall’essere composta.
E per tutti, infine, c’è la questione delle preferenze: i capilista sono bloccati ma l’elettore può esprimere fino a tre preferenze per gli altri candidati in lista. Tradotto: la selezione dei parlamentari sul territorio tornerà a essere una competizione anche interna. La data delle urne ancora non c’è.
Ma la partita è già iniziata.
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