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Economia

Debito e nuvole

Passa la risoluzione ma la coperta è corta. Giorgetti già striglia le Aule: "Non vogliono lavorare"

di Giovanni Vasso -


Debito e nuvole. La faccia triste di Giorgetti. Che sbotta di fronte alle aule deserte: “Non hanno voglia di lavorare”. È stata una giornata difficile. Lo saranno tutte. La coperta della manovra è corta, i tempi saranno lunghi, le polemiche infinite. Ieri il ministro all’Economia ha ottenuto da Camera (con 209 sì) e Senato (109 favorevoli) l’ok alla risoluzione che ha autorizzato lo scostamento, pari a una spesa preventivata fino a 28,8 miliardi da qui ai prossimi due anni, su energia e Difesa. E mentre i parlamentari votavano, guadagnandosi la diaria per cui non serve sobbarcarsi ore e ore di chiacchiere, presentazioni e polemiche, da Bruxelles è giunto il via libera all’approvazione del nuovo piano Safe italiano. In arrivo otto miliardi di euro, da spendere per la Difesa.

Debito e nuvole

“Abbiamo vinto”, ha detto Giorgetti alla fine della mattinata (piena) di ieri. S’è portato a casa lo scostamento che, per il 2027 e il 2028, consentirà di investire lo 0,6 per cento del Pil (annuo) tra energia e Difesa: 14,4 miliardi a testa per ciascuna. L’opposizione ha avuto gioco facilissimo a lanciare la palla nella tribuna della campagna elettorale. Ha proposto una contro-risoluzione che escludeva le spese militari e per gli armamenti da ogni ipotesi di scostamento. Un atto che, a Bruxelles, non sarebbe passato nemmeno se fosse stato controfirmato da Mario Draghi e Mario Monti. Monti che, fedele a se stesso, ha votato contro anche solo l’idea di uno scostamento. Vabbé.

Come è dura la risoluzione

Questa risoluzione, però, non è stato facile nemmeno farla digerire alla stessa maggioranza di centrodestra. A cominciare dallo stesso partito del ministro Giorgetti, la Lega che da sempre si dice contraria alle spese militari mettendole in contrapposizione con quelle sociali. Ecco perché ha esultato, quando se l’è portata a casa. Il leit motiv delle armi sarà, invece, appannaggio del campo largo. Giorgetti, di suo, s’è intestata una linea di “prudenza e rigore” che ha rivendicato “perché questo è un approccio non semplicemente volto al rispetto delle regole, dei target e degli obiettivi europei della governance o a uscire dalla procedura di deficit eccessivo” ma soprattutto perché “questo tipo di approccio per noi è fondamentale perché noi dobbiamo garantire la sostenibilità del nostro debito”. Lo stesso che al Mef si son trovati e che son stati costretti ad aumentare “per pagare gli interessi” sugli ammanchi che c’erano già.

Il “mezzo miracolo” del Pil

Debito, dunque, e nuvole. Anzi, nuvoloni. Quelli che incombono all’orizzonte, secondo lo stesso Giorgetti. Che in un’aula deserta ha rivendicato come “un mezzo miracolo” la crescita del Pil stimata all’uno per cento. Il Fmi, intanto, su questo fronte ha “premiato” l’Italia e in uno scenario di grossa tensione globale e di “economie resilienti ma al limite”, con l’orizzonte di una crisi dei bond (innescata dalla concausa energia) che rischia di gravare sul rendimento dei nostri Btp, ha aggiornato al rialzo le stime: +0,8% per il 2026. “Onestamente”, ha detto il capo del Mef ricordando le polemiche che fino a ieri l’altro lo hanno inseguito, “la recessione non si è proprio vista” e ha ribadito che “la crescita italiana è sostanzialmente in linea con quella modesta del Vecchio continente”.

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Bruxelles aspetta, l’Italia no

A Bruxelles, intanto, aspettano il documento programmatico di bilancio partorito dal consiglio dei ministri. Entro e non oltre il 15 ottobre, sarà sulla scrivania degli occhiuti ragionieri comunitari. Si aprirà un’altra partita. In Parlamento, però, la manovra potrebbe arrivare non prima del 20 ottobre. E non perché si aspetti la Cassazione sull’Ilva ma perché si attende l’esito definitivo della procedura per la clausola nazionale di salvaguardia della Ue. Senza scenari certi, non si possono mettere nero su bianco obiettivi praticabili.

A rischio il taglio Irpef per il ceto medio?

La coperta è corta. E, a quanto pare dai boatos che ieri si son rincorsi in lungo e in largo, sembra già che il governo debba rinunciare a qualcosa tra le azioni espansive. L’indiziato numero uno, come al solito, è il taglio dell’Irpef per il ceto medio che da solo costerebbe fino a 2,7 miliardi. Sarebbe l’ennesimo rinvio, peraltro alla vigilia (anzi dentro) una campagna elettorale che è già durissima. Il viceministro Maurizio Leo non si dà ancora per vinto. “Stiamo lavorando”. Toccherà, ancora una volta, a Bruxelles. Dalle interlocuzioni con la Ue si capirà fino a che punto l’Italia potrà spendere in termini di flessibilità per tutelare quello che resta del ceto produttivo.


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