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Sicurezza

LA NOSTRA SICUREZZA – Polizia nelle piazze prive d’interlocutori

di Giuseppe Tiani -


Milano si prepara a sabato 24 ottobre mentre sulle strade del Mezzogiorno la protesta dei Tir mette in difficoltà rifornimenti e attività produttive. Camion scortati, scaffali vuoti e minacce agli autisti che vogliono ripartire raccontano la gravità della crisi. Nelle chat circolano chiamate alla piazza e messaggi che esaltano devastazioni e saccheggi. Fenomeni diversi, che interrogano la capacità della politica di governare il conflitto prima di scaricarlo sui poliziotti.

Nell’autotrasporto il confronto con le associazioni nazionali non basta a fermare tutti i presìdi. Le sigle maggiori chiedono di rimuovere i blocchi, ma parte delle piccole imprese non si sente rappresentata dagli accordi. Tagliare le gomme a chi vuole lavorare significa imporre con la paura un’adesione che non si ottiene con il consenso. La libertà di protesta non comprende il potere di sequestrare quella altrui.

A Milano si temono nuove violenze. Le indagini cercano di ricostruire chi abbia alimentato le convocazioni e come si siano aggregati gruppi capaci di passare dai social all’aggressione. Il Movimento 17 ottobre pubblica il proprio manifesto. «Ci rappresentiamo da soli», rivendica, dichiarando sfiducia nelle istituzioni, nei partiti e nei sindacati e facendo dell’assenza di vertici una strategia.

Il manifesto non prova responsabilità nelle violenze, ma pone un problema politico. Nessuno deve iscriversi a un partito o a un sindacato per manifestare. Altra cosa è delegittimare ogni mediazione e rifiutare il confronto con le istituzioni. Associazioni, partiti e sindacati servono a trasformare la rabbia in richieste, assumere responsabilità, verificare gli impegni. Devono meritare fiducia.

Ma se vengono cancellati dall’orizzonte della protesta, chi negozia una soluzione e si impegna a rispettarla? Il vuoto di rappresentanza può lasciare i giovani esposti a chi urla più forte o controlla i canali della mobilitazione. E le forze di polizia devono confrontarsi con una difficoltà concreta e ulteriore. Le convocazioni cambiano luogo, si moltiplicano, attirano persone estranee alle ragioni iniziali. Senza interlocutori riconoscibili è più difficile prevenire incidenti e separare il dissenso da chi cerca lo scontro.

Servono conoscenza dei territori, capacità investigative digitali, dialogo e reparti preparati. Una chat non può assumere la responsabilità di un corteo. Prima di celebrare nuovi risvegli giovanili, occorre capire chi anima i gruppi e ne amplifica i messaggi. La guerra ibrida può sfruttare tensioni autentiche e alimentare sfiducia nelle istituzioni democratiche europee. L’algoritmo non ha una tessera, ma può scegliere a quale rabbia dare il megafono.

Accertare manipolazioni è necessario, annunciarle come dimostrate è un errore. Piantedosi ha precisato che non vi sono ancora evidenze di regie esterne. Il disagio non si spiega con un complotto, né l’assenza di prove autorizza a trascurare il rischio di interferenze. Gabrielli ha ragione quando afferma che «la repressione non è una bestemmia». Impedire un’aggressione, fermare chi saccheggia e assicurarlo alla giustizia è un dovere democratico. Comprendere le cause non significa assolvere i comportamenti. Ma occorre lavorare anche su scuola, casa, pensioni e occupazione. Non si possono affidare alla polizia problemi sui quali non ha potere.

A Milano sono annunciati cinquecento paracadutisti della Folgore, destinati a Strade Sicure per pattugliamento e sorveglianza sotto l’autorità del prefetto, non alla gestione diretta dei cortei. Il volantino di Vannacci propone invece militari con poteri di arresto, proiettili di gomma e cani antisommossa. Sono scelte operative diverse, nelle quali si può leggere una comune inclinazione ad ampliare il ruolo dei militari nella sicurezza pubblica. Va respinta con fermezza la tentazione di risolvere militarmente le tensioni sociali. La legge 121 del 1981 ha costruito un’architettura civile fondata sulle responsabilità del ministro dell’Interno, dei prefetti e dei questori. La Polizia di Stato ne è un presidio essenziale.

Secondo la stima SIAP sulla ripartizione media del personale nei servizi di ordine pubblico, fornisce circa il 60 per cento, contro il 30 dei Carabinieri e il 10 della Guardia di finanza. Il confronto sociale riguarda maggioranza e opposizioni. Le dichiarazioni dopo gli scontri non bastano. Servono incontri con giovani, lavoratori, imprese, associazioni e sindacati di polizia. Il PD recuperi il confronto praticato nella stagione di Bersani anche con chi rappresentava i poliziotti; Forza Italia può contribuirvi attraverso le sue componenti liberale, socialdemocratica e cattolico-popolare. Culture diverse possono ricostruire luoghi di ascolto. A chi governa spetta tradurre il confronto in risposte; a chi si oppone proporre alternative praticabili. Ma le fratture hanno radici antiche e non possono essere imputate a un solo Governo. Riconoscerlo non attenua il dovere di affrontarle, ma impedisce di ridurre una crisi sociale alla contesa tra schieramenti.

L’instabilità internazionale alimenta incertezza e tensioni, in parte oltre il controllo degli esecutivi. Le immagini delle proteste in Francia e Spagna possono favorire emulazione, pur tra vicende diverse. È soprattutto la violenza francese a offrire un copione pericoloso da non replicare. La debolezza accumulata dalla politica nazionale si misura nella distanza tra istituzioni e società. Quando rinuncia a rappresentare, lascia senza difesa anche ciò che tiene insieme una comunità. La nostra cultura democratica, la libertà di vivere e professare la fede, le radici cristiane e popolari non si custodiscono per inerzia. Esigono una politica capace di tradurle in dignità, responsabilità e rispetto reciproco. I poliziotti possono difendere le istituzioni dalla violenza. Non possono restituire da soli autorevolezza alla politica, fiducia alla società e futuro ai giovani. Una democrazia che affida alla polizia il compito di farsi ascoltare ha già smesso di ascoltare da tempo.

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