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Economia

L’energia del mare, il futuro dell’Italia è sempre più blu

Dall'energia fino al digitale: quanto vale oggi e che prospettive ha la Blue economy italiana

di Cristiana Flaminio -


L’energia del mare. La Blue Economy non è solo un comparto che, da solo, vale più dell’undici per cento del Pil. È, potenzialmente, il destino (e il rilancio) dell’Italia. Che, pure se ce lo siamo scordati negli ultimi decenni presi come siamo stati a legarci (mani e piedi?) alle supply chain tedesche, rimane il ponte privilegiato tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. Fatto che, ormai lo sappiamo ma tendiamo a scordarcene, ci pone in prima linea sulle tratte economiche, commerciali, strategiche ed energetiche del futuro. E non è così per dire, no.

Il mare tra economia ed energia

Ieri, alle celebrazioni per i 125 anni di Confitarma, l’organizzazione che riunisce gli armatori italiani, s’è parlato proprio di questo. Del futuro di un Paese che, gioco forza, passa dal mare. Ed è davvero così se il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha voluto essere presente alla cerimonia e ha sottolineato, insieme al ruolo sociale e insostituibile della marineria civile anche nel salvare vite umane, che “l’80 per cento degli scambi avviene via mare” e che, perciò, “salute dell’industria della navigazione e benessere delle nostre comunità sono strettamente legate”. I numeri pubblicati ieri sono di quelli che rendono l’idea di quanto sia centrale, e fondamentale, la Blue economy per l’Italia.

Quanto vale oggi la Blue Economy

Li ha elencati Mario Zanetti, presidente degli armatori. L’economia del mare vale, oggi, 224,9 miliardi di euro. Somma che è pari all’11,4% dell’intero prodotto interno lordo nazionale. Il comparto, inoltre, ha un valore aggiunto diretto che, da solo, vale poco meno di 79 miliardi. E conta su una flotta commerciale pari a circa 1.100 navi al servizio dell’export italiano, che viaggia per il 60% proprio via mare. Ci sono quattro priorità da perseguire per mettere al centro della politica industriale del Paese la stessa Blue economy. Si tratta di sicurezza e libertà della navigazione, un tema che è tornato di estrema attualità con la situazione di Hormuz e le mattane degli houthi a Bab el Mandeb. Poi c’è la questione della competitività dell’armamento italiano, quella della formazione e del lavoro. Infine l’eterno problema della transizione energetica. Che richiama i nodi europei. Di cifre, però, ce ne sono anche altre. Tipo quella legata ai 16 miliardi di euro che ogni anno, dal 2024 al 2026, se ne sono andati per pagare gli Ets. E che, nel 2027, scenderanno a dieci. Sempre troppi. Ed è (anche) per questo se il trasporto su gomma, e lo abbiamo imparato a nostre spese qualche giorno fa col blocco dei tir, preferisce allungare le tratte “percorrendo oltre 82 milioni di chilometri evitabili” se si puntasse con maggiore decisione alle autostrade del mare. Insomma, per il comparto c’è tanto da fare.

Le potenzialità da mettere sul tavolo

Perché le potenzialità dell’Italia, sul mare, sono pressoché gigantesche. E ci ha pensato il Blue Economy Monitor, l’Osservatorio di Intesa Sanpaolo e Sda Bocconi School of Management a ricordarcelo. Si sono due ricerche che, partendo da punti (e temi) diversi restituiscono entrambe lo stesso risultato. L’Italia deve puntare sul mare per garantirsi una centralità futuribile. Innanzitutto dal punto di vista energetico. Gli scambi di materie prime, attraversano il Mediterraneo, e da qui raggiungono l’Europa attraverso la porta italiana. Ma c’è pure il tema dell’eolico offshore che, secondo i ricercatori, da qui al 2050 potrebbe fornire circa il 30% del fabbisogno energetico europeo.

Non solo eolico

Da qui, è evidente, sorge la necessità di nuovi cavi e nuove tecnologie sottomarine per il trasporto di energia. Un campo su cui l’Italia non è certo sguarnita considerando che, solo lunedì, Terna ha annunciato che l’avvio della posa dei cavi per un nuovo elettrodotto tra Sicilia e Calabria capace, da solo, di incrementare la capacità di scambio tra l’Isola e il Continente di circa 2mila mw. Quando si parla di cavi, soprattutto sottomarini, il pensiero non può che correre alle infrastrutture digitali sempre più necessarie per lo sviluppo delle economie, per far funzionare i data center che alimenteranno l’Ai e le infrastrutture produttive di domani. Già oggi, il 99% dei dati mondiali viaggia attraverso i cavi sottomarini. Last but not least, tutto il fronte legato allo stoccaggio della Co2. In pratica, con una strategia adeguata, i porti potrebbero trasformarsi in autentici hub energetici.

Il parere degli analisti

Elisa Zambito Marsala, Responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo ha commentato: “La Blue Economy si conferma uno dei più promettenti motori di sviluppo per il Paese, capace di generare innovazione, attrarre talenti, investimenti e creare nuove opportunità in ambiti strategici come le infrastrutture sottomarine, l’eolico offshore, la transizione energetica dei porti e le tecnologie digitali. Le trasformazioni in atto nelle economie del mare richiedono nuove competenze e profili professionali”. Per Stefano Caselli, Sda Bocconi School of Management “le ricerche presentate contribuiscono non solo al trasferimento di conoscenze, ma anche a chiarire opportunità e rischi per il sistema economico italiano, in un’ottica più ampia di posizionamento geoeconomico e geopolitico nel Mediterraneo”. Il cuore pulsante dell’economia del futuro. Che passa attraverso la risorsa che ci circonda e ci rende unici in Europa. Il mare e la sua energia.

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