Senza zuccheri aggiunti – La morale della disobbedienza
La disobbedienza civile ha una storia troppo seria per lasciarla in bocca a chi scambia la piazza per un territorio di conquista.
Gandhi affrontava il carcere per le proprie idee, mentre adesso basta evocare una protesta per suscitare comprensione, soprattutto quando si trova qualcuno disposto a riconoscere nobili intenzioni anche in parole sulle cui conseguenze sarebbe opportuno interrogarsi.
Per secoli abbiamo faticato a costruire una convivenza sottratta agli umori del più prepotente e trovo irritante che pretendere il rispetto di questa conquista possa farci apparire antiquati. Mi incuriosisce soprattutto la generosità interpretativa di chi conosce le leggi abbastanza bene da distinguere ciò che costituisce reato da ciò che merita una censura morale, ma sembra talvolta riservare alla trasgressione una comprensione che difficilmente concederebbe ad altri comportamenti.
Il sospetto è che questa indulgenza culturale finisca per rendere rispettabile persino il disprezzo delle regole. Penso allora ai ragazzi, ai quali chiediamo di imparare l’educazione civica, e immagino l’imbarazzo di un insegnante costretto a spiegare perché la disciplina sia indispensabile tra i banchi e diventi materia di sofisticate interpretazioni appena si esce in strada.
Forse converrebbe aggiornare i programmi scolastici, affinché al prossimo alunno che incita i compagni a mettere a soqquadro la classe venga risparmiata la nota disciplinare e riconosciuto il merito di aver anticipato i tempi. Del resto, con un adulto sufficientemente istruito a giustificarlo, persino il bullo dell’ultima fila può aspirare a una biografia da Gandhi. Purché a rimettere in ordine i banchi sia qualcun altro.
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