Cifre, prospettive e dati sull'atomo. Dagli Smr fino al quadro normativo necessario
È una frase fatta, passata ormai quasi in proverbio, anche grazie alla mediazione dell’indimenticabile Giorgio Gaber. La rivoluzione oggi no, domani neppure ma dopodomani sicuramente. Solo che, a differenza di quella di cui si favoleggiava tanti decenni fa, quella del nucleare non può rimanere solo un sogno. L’energia è il tema centrale del futuro e non è tanto per dire. Ormai l’abbiamo imparato: occorre molta più elettricità di quanta ne disponiamo adesso perché funzioni tutto così come deve funzionare. Ci sono i data center, c’è l’intelligenza artificiale, c’è la transizione. E non possiamo continuare a dipendere da quello che può succedere, o meno, in Medio Oriente oppure al Ttf di Amsterdam. Insomma, ci vuole una fonte di energia pulita e affidabile. E che sia in grado di restituire sicurezza, sotto ogni punto di vista. È per questo che il piano nucleare italiano si affida a tecnologie nuove, anzi nuovissime. In prima linea, nei piani del governo per il ritorno all’energia dell’atomo, ci sono gli Small modular reactors.
Nucleare, cosa sono gli Smr?
Il ministro Pichetto ne parla da anni. Ma di che si tratta? Scordatevi le grandi centrali del passato. Gli Smr sono dei piccoli reattori, dalle dimensioni che solitamente si attestano attorno ai 300 megawatt, pari quasi al fabbisogno di una città di medio-grandi dimensioni, tra i 150mila e i 300mila abitanti, come possono essere Bologna o Bari. Si tratta di strutture che hanno un ulteriore pregio. Vengono, difatti, già costruiti dalle industrie per poi essere allestiti e assemblati lì dove ce ne fosse bisogno. Una sorta di “prefabbricati” dell’energia. Funzionano seguendo il principio della fissione nucleare, la “scissione” dell’atomo. Per la fusione, che poi rappresenta una sorta di vero e proprio Santo Graal dell’energia, occorrerà attendere ancora un po’. Il calore che viene prodotto dal processo di fissione viene poi convertito in energia elettrica. Oppure per altri scopi, a cominciare dal teleriscaldamento o per produrre idrogeno verde. Hanno bisogno di refrigeranti, a cominciare dall’acqua.
Gli Amr e i micro reattori modulari
Ed è proprio questa la grande differenza che c’è con gli Advanced modular reactors, che invece rappresentano la quarta generazione dell’energia nucleare e che funziona grazie a combustibili speciali, gas ad alta temperatura o sali. Conservando la stessa potenza produttiva, tra i 50 e i 300 mw. Una tecnologia su cui in tanti stanno investendo. E che può diventare di fondamentale importanza. Anche per questo si tratta della “soluzione” che presenta il maggior numero di progetti nuovi. Ma, poiché non c’è due senza tre, esistono anche gli Mmr, in pratica i Micro modular reactors. Caratterizzati da dimensioni (e naturalmente potenza) ridotti, possono rappresentare una soluzione per fornire energia alle aree più isolate o a singoli insediamenti specifici. Che siano produttivi (come le industrie o le miniere) oppure no (campus universitari). In questo caso, la produzione specifica si attesta tra 1 e non più di 20 megawatt. È chiaro, lo sappiamo, che il governo punta forte sugli Smr. E sappiamo pure che ci vorrà del tempo perché, per la produzione in serie di questi impianti e la loro messa a terra, ci vorranno ancora diversi anni.
Prima bisogna sistemare le “carte”
Ma ciò non può autorizzare nessuno a dormire. Bisogna correre, anzi. Perché i tempi per la costruzione di un quadro normativo e strategico, come ha dichiarato la presidente di Enea Francesca Mariotti, “sono sfidanti” per quanto la prospettiva rimanga “realistica”. Ci vogliono, al solito, le carte per far girare tutto. E bisogna prepararle minuziosamente. Vanno messe nero su bianco tutte le strategie, i regolamenti, le norme. Per evitare, poi, di far la solita fine. Di impantanarsi davanti a un Tar. Un anno di tempo rappresenta un periodo sufficiente “se le istituzioni lavoreranno in modo coordinato”. Sarà (davvero) una grande sfida nel Paese della burocrazia folle. Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia ha snocciolato ciò di cui hanno bisogno le aziende per poter lavorare. Un quadro regolatorio stabile, uno politico di lungo periodo, un’autorità di sicurezza “in grado di dialogare”. Altrimenti sarà stato tutto inutile. Soprattutto il nodo dell’autorità sta, da sempre, molto a cuore alle tante imprese che sono pronte a mettersi in gioco.
La filiera italiana che c’è (e scalpita)
Perché ciò che stiamo scoprendo, insieme al significato di queste sigle al limite dell’impronunciabile come Smr e Mmr, è che l’Italia possiede una solida filiera nucleare. Fatta di aziende, ricercatori, esperti. Che, impossibilitati a lavorare nel nostro Paese a causa del combinato disposto dei due referendum del 1987 e poi del 2011, lo fanno all’estero. Con ottimi risultati. L’Italia è la seconda manifattura europea in termini di nucleare, e stando ai dati Ice aggiornati al 2022, conta su 70 aziende che generano fatturato per 457 milioni di euro e valore aggiunto per 161 milioni di euro con 2.800 occupati. Cifre, queste, che si allargano ancora se si considera pure l’indotto. Così i ricavi salgono a quattro miliardi per un impatto occupazionale pari a circa 13.500 addetti.