La rivincita di Talarico e Rubio
Le elezioni di metà mandato hanno lanciato un segnale inequivocabile alla presidenza di Donald Trump. Sancendo il fallimento della sua strategia di trasformare la tornata elettorale in un perenne referendum personale, condito da scenari catastrofistici nel caso di altrui vittoria. Trump deve imparare ad ammettere quando sbaglia. Ha fatto molte cose importanti, ma decantare infallibilità, non lo farà passare bene alla storia.
Certo il vizio di polarizzazione tutto, demonizzando l’avversario non è un’invenzione di Trump. Né un’abitudine a lui esclusivamente ascrivibile. Però dal chiaro responso delle urne emergono due figure che acquistano uno straordinario favore strategico. James Talarico sul versante democratico e Marco Rubio su quello repubblicano.
Per il Partito Democratico la vittoria di metà mandato rappresenta una boccata d’aria importante, ma è l’affermazione di Talarico a tracciare una prospettiva del tutto nuova. I democratici restano una macchina complessa e attraversata da profonde spaccature interne; la loro ala più radicale, impersonata da figure come Alexandria Ocasio-Cortez, continua a mostrare forti limiti quando si tratta di conquistare il consenso di tutti quegli stati in bilico necessari per arrivare alla Casa Bianca. Le midterm fotografano il presente, non l’esito di ciò che accadrà tra due anni. Se l’asse del partito si sposta troppo a sinistra, i repubblicani mantengono intatta la capacità di riconquistare gli elettori al centro, spaventati dalle derive radicali.
In questo scenario, Talarico incarna una sintesi inedita. Il suo solido ancoraggio ai valori religiosi gli consente di parlare a un elettorato solitamente ostile alla sinistra. La sua figura così sui generis gli ha permesso di vincere in uno stato pesantissimo come il Texas, storicamente roccaforte conservatrice. L’ultima volta che il Texas votò per i democratici alle presidenziali fu con Jimmy Carter al primo mandato.
Talarico rafforzato, Vance in difficoltà: l’Iran cambia gli equilibri repubblicani
Sebbene sia prematuro sbilanciarsi su candidature presidenziali, il suo profilo ne esce enormemente rafforzato.
Sul versante opposto, la crisi colpisce l’area più vicina al Presidente, a partire dalla posizione del vicepresidente J.D. Vance, impossibilitato a smarcarsi dalla linea dell’amministrazione. Il punto di rottura si è consumato in politica estera, con la gestione del dossier iraniano.
Se un intervento rapido e contenuto come quello in Venezuela rientrava nei canoni dell’America First come gestione del cortile di casa, un conflitto protratto contro l’Iran, dove il regime non è stato esautorato dai militari come auspicato, è stato percepito dalla base Maga come un vero e proprio tradimento, generando un forte disimpegno elettorale.
Inoltre la guerra è stata fatta particolarmente male. Trump non ha usato tutta la sua forza, è stato molto poco deciso sin dall’inizio. Sperando bastassero un paio di bombardamenti a convincere i militari ad insorgere contro il regime. Quando così non è stato, ha dimostrato di non avere una exit strategy.
Questo consegna un forte slancio alla dirigenza storica del partito repubblicano, che trova in Marco Rubio il suo interprete naturale. Non è che Rubio sia estraneo a Trump. è un prodotto dell’apparato storico del partito che convive con Trump ed in buona parte si è adeguato a lui. Però mantenendo sempre una certa indipendenza e rappresentando un ritorno alla tradizione del Gop, che al contempo non rappresenta una rottura traumatica assoluta con i Maga.
Marco Rubio, il ritorno alla tradizione che ricuce con cattolici e latinos
Poi soprattutto Rubio è una scelta che presenta vantaggi strategici cruciali, primo tra tutti la capacità di recuperare terreno presso due bacini elettorali indispensabili per la vittoria. I cattolici e la comunità latina. Se storicamente i latinos manifestavano diffidenza verso i democratici fin dall’era Clinton, la retorica dell’ultima amministrazione e i toni polemici diretti verso il mondo cattolico e le sue autorità morali ne hanno accentuato il distacco dal GOP. I toni violentissimi del presidente verso il primo pontefice statunitense della storia, hanno gravemente danneggiato i repubblicani. Rubio si propone esattamente come il tassello in grado di ricucire questo strappo.
La narrazione manichea proposta dal Presidente, un mondo diviso rigidamente in cui gli avversari vengono dipinti come nemici dell’America, non ha presa più su un corpo elettorale preoccupato dai rincari dei carburanti, dall’inflazione e dal costo della vita quotidiana.
L’attuale Presidente rischia di azzoppare qualsiasi potenziale candidato nei prossimi due anni qualora non riesca a moderare i propri toni, l’esito di questo passaggio ridefinisce gli equilibri. Se tutti i democratici festeggiano, Talarico ha motivi ben più solidi per guardare al futuro con ambizione; e se il campo repubblicano appare attraversato da forti preoccupazioni, Rubio può sorridere, lontano dai riflettori ovviamente. Nelle prossime dinamiche di partito, le sue carte valgono molto più di quelle della continuità acritica verso le posizioni più radicali del trumpismo.
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