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Editoriale

La civiltà e la barbarie della pena di morte

di Adolfo Spezzaferro -


Il cappio dorato appuntato sulla giacca di alcuni ministri israeliani, come simbolo politico e promessa di giustizia, non è solo un gesto barbaro e inumano. È l’immagine plastica di un’epoca che ha smarrito il senso del limite. Quando la pena di morte viene presentata come deterrente, come risposta morale alle vittime o addirittura come segno di forza dello Stato, il rischio non è soltanto quello di legittimare la violenza, ma di trasformarla in un qualcosa da rivendicare, di cui andare fieri. In un macabro spettacolo in pasto a chi gioisce per chi sta per morire. La morte diventa messaggio, linguaggio politico, persino celebrazione. Non è la prima volta che accade nella Storia. La pena capitale ha accompagnato per secoli la costruzione degli Stati moderni, spesso giustificata in nome della sicurezza e dell’ordine. Ma ciò che oggi inquieta non è solo la sua riproposizione. È la disinvoltura con cui viene rivendicata, la leggerezza con cui si brinda alla sofferenza, la sicurezza con cui si invoca Dio per giustificare l’eliminazione dell’altro. È un salto ulteriore, una normalizzazione della crudeltà che si alimenta di paura e di propaganda. Il caso emblematico è quello, appunto, della legge approvata in Israele per giustiziare i terroristi palestinesi, a più voci ritenuto un genocidio specifico di una singola etnia. Chi difende la pena di morte parla di giustizia per le vittime. Ma la giustizia non è vendetta e non può diventare un duplicato del crimine che pretende di punire. Uno Stato che uccide in nome della legge rinuncia alla sua superiorità morale e degenera allo stesso livello della violenza che condanna. La Storia dimostra che la pena capitale non riduce i reati, non ripara il dolore, non restituisce dignità alle vittime. Serve piuttosto a costruire un nemico assoluto, a rassicurare l’opinione pubblica con l’illusione della fermezza. Ma ogni esecuzione è una resa dello Stato alla logica della forza, una dichiarazione di impotenza mascherata da giustizia (e noi siamo assolutamente convinti che un reale deterrente sarebbe piuttosto l’ergastolo senza sconti di pena). In un tempo in cui la morte viene esibita come soluzione politica, l’unico antidoto a tale barbarie è ribadire che nessuna vita umana può essere consegnata al potere punitivo dello Stato. Perché la civiltà si misura proprio nel momento in cui si decide di non uccidere, nemmeno quando si potrebbe farlo.

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