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Caso Ranucci, oggi l’udienza del tribunale del Riesame per Lavitola

di Claudia Mari -


È atteso oggi, 7 settembre, davanti al Tribunale del Riesame di Roma, Valter Lavitola, accusato di essere il presunto mandante dell’attentato dinamitardo compiuto lo scorso ottobre davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, ex conduttore di Report. L’udienza rappresenta per il faccendiere un passaggio decisivo nel tentativo di ottenere una misura meno afflittiva rispetto alla detenzione in carcere.

La strategia e le dichiarazioni spontanee

Nei giorni scorsi, i suoi legali, Sergio e Arturo Cola, avevano raggiunto Lavitola nel carcere romano di Rebibbia per un lungo incontro in preparazione dell’udienza. Secondo quanto era emerso, durante il colloquio la difesa avrebbe messo a punto insieme al proprio assistito il contenuto delle dichiarazioni spontanee che Lavitola intende rendere davanti ai giudici del Riesame.

La strategia punta a rafforzare quanto già sostenuto dall’imprenditore durante l’interrogatorio di garanzia. Lavitola dovrebbe presentare anche una memoria nella quale ricostruire la propria versione dell’accaduto e spiegare le ragioni che, a suo dire, lo avrebbero spinto ad agire.

La tesi della difesa

La tesi della difesa è che l’attentato non sarebbe stato concepito per colpire Ranucci, ma, paradossalmente, per proteggerlo. Lavitola avrebbe infatti appreso dell’esistenza di minacce rivolte al giornalista e avrebbe organizzato l’esplosione con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulla sua situazione e favorire un rafforzamento della scorta. Una ricostruzione che si contrappone nettamente a quella degli investigatori e della Procura. Secondo l’ipotesi accusatoria, infatti, l’azione avrebbe potuto avere un obiettivo politico: aumentare la notorietà di Ranucci in vista di un suo possibile ingresso nell’arena politica.

A pesare sulla posizione di Lavitola ci sono anche le valutazioni già espresse dal Tribunale del Riesame nella vicenda che coinvolge gli altri quattro presunti autori materiali dell’attentato. Nelle motivazioni, i giudici avevano definito l’azione come programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato, evidenziando l’esistenza di un’organizzazione in grado di garantire agli esecutori sostegno e protezione.

Per i magistrati, inoltre, le modalità dell’attentato – preceduto da sopralluoghi, caratterizzato da una precisa divisione dei compiti e dall’utilizzo di esplosivo – avrebbero evidenziato una struttura criminale organizzata e una concreta capacità di reiterare condotte della stessa gravità. Proprio questi elementi avevano portato alla conferma delle misure cautelari per i quattro indagati, con il riconoscimento anche dell’aggravante del metodo mafioso.

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