L’effetto domino del capitano
Il crollo di Salvini non è più un fatto privato della Lega, ma potrebbe rendere vulnerabile l’intero governo. Se il partito torna quello del Nord, Vannacci potrebbe arruolare nelle sue fila molti dei parlamentari eletti a Sud.
La crisi profonda della Lega ha superato il livello della semplice cronaca interna per trasformarsi in un problema di stabilità per l’intero Paese. Ridurre lo scontro a una questione notarile sui marchi e sui simboli significa non comprendere la natura oggettiva del potere politico. La Lega non è una questione di proprietà del marchio; ha senso e sopravvive solo grazie a una tradizione di radicato e di buon governo nei territori. E se il segretario pensa che il movimento non possa fare a meno di lui, la realtà dice l’esatto contrario. È lui a non poter fare a meno dei suoi amministratori e dei suoi tre governatori.
Oggi, dopo aver disperso un patrimonio elettorale eccezionale, la leadership di Salvini è sempre più precaria, minacciata da un doppio e letale ordine di problemi che investe direttamente l’esecutivo Meloni.
Vannacci e i parlamentari del Sud: il doppio pericolo
Il primo è strutturale. Il crollo della Lega rischia di essere il regalo definitivo e irreversibile al generale Vannacci, pronto a cannibalizzare un elettorato identitario ormai orfano di una guida forte.
Il secondo problema, ancor più immediato e dirompente, riguarda la geografia parlamentare. Se la Lega, per sopravvivere, scegliesse di arroccarsi e ricollocarsi esclusivamente al Nord, probabilmente l’unico modo per riprendersi, lascerebbe privi di rappresentanza i propri eletti, deputati e senatori al Sud.
Questo bacino di parlamentari meridionali diventerebbe una riserva di caccia immediata per Vannacci, dato che gli altri partiti della coalizione difficilmente riuscirebbero a intercettarli. Come sarebbero a garantirgli i posti nelle loro liste, senza scontentare i loro attuali parlamentari sui territori? Vannacci ha pochissimo da riconfermare e molto più da offrire.
Crisi Lega, l’effetto domino sul Senato e la tenuta dell’esecutivo
È qui che i destini di via Bellerio si saldano a quelli del governo. Se il generale riuscisse a mettere le mani su una pattuglia di eletti, determinante soprattutto al Senato dove i margini sono da sempre ridotti, Giorgia Meloni si troverebbe a fare i conti con lui sin da ora. Un condizionamento immediato che cambierebbe i rapporti di forza nell’esecutivo, trasformando la fine dell’ex capitano nella molle di innesco di una crisi di governo
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