La fine delle certezze e la ricerca di un nuovo inizio
Viviamo una stagione tempestosa che dilata angosce e confina il pensiero in uno scetticismo che tradisce il timore di una incipiente apocalisse della umanità.
Essere scettici appare perciò l’estrema risorsa di chi si affaccia estenuato sul baratro nel quale sono intanto finite antiche certezze, civiltà inossidabili, seduzioni di poteri una volta regolati dentro i codici delle moderne democrazie, perfino accenti di umanesimi capaci di fecondare scienze saperi tecnologici intelligenza artificiale.
Lo scudo difensivo di un possibilismo neutro e imbelle spinge a illudere che basti la protezione fallimentare dello scetticismo vestito di prudenza. Un espediente cui non sarebbe lecito né proficuo abbandonarsi.
Il tema che vale perciò riprendere (lo abbiamo già scritto) è chiedersi se non sia il caso di ripensare la attualità dello statuto di intere categorie di pensiero che oggi paiono inermi e ridotte a relitti se non a vuoti slogan. Si pensi a “Occidente”, ormai sterminato riflesso di una illuminata costruzione sentimentale e civile che ora tenta di sopravvivere alla torsione di interessi globali che stanno “ridisegnando” imperi e poteri.
Una galassia priva di solidi e resistenti fondamenti culturali che si iscrive nelle mappe di un mondo precario e sconosciuto, arbitrato dallo spirito di potenza più che da relazioni di lungo periodo fecondate da lumi circuiti e filosofie durati interi cicli.
Per cui in un quadro in rapida dissolvenza non è certo inutile chiedersi se mai esista e possa configurarsi un possibile “punto di ripartenza” da cui ritessere la tela di identità riconosciute e riconoscibili, di sistemi orientati da valori da condividere o già condivisi.
E ciò a partire dalla piena definizione di “chi siamo e chi vogliamo continuare ad essere” dentro il nuovo corso della storia. Se esista insomma “in nuce” un “occidentalismo” capace di orientare poteri e alleanze e definirsi dentro i confini di una nuova sostenibile modernità.
Riconoscersi magari in quel “Medioccidente” di cui scrive con felice intuizione Giuseppe Lupo. Niente altro che il racconto di un “attraversamento”, di un vertiginoso viaggio oltre il limen fra Oriente e Occidente ove si incrociano valori di storie contese e condivise che sono patrimonio del genere umano.
Insomma lavorare ad una nuova costituzione intellettuale e civile più forte di poteri e di potenze che si definisca mediante le affinità piuttosto che le guerre.
Un pensiero finale.
Sono passati cinque anni (era il 2021) dalla scomparsa di un grande sociologo e meridionalista, quel Franco Cassano “titolare” del cosiddetto Pensiero Meridiano ch’era la “controra” di una riflessione chiamata a pensare il mondo “dal Sud” non solo come carne viva ma essenza e l’interiorità dell’anima.
Un pensiero denso in cui sono iscritte tutte le domande di civiltà che salgono dai Sud del mondo. Che sono il continente sentimentale la potenza e la voce universale capaci di guardare oltre il confine fra terra e mare. Così da farsi cultura e profezia. Giusto perfino tardivo il ricordo di Cassano, un tributo doveroso e una pagina ancora da scrivere.
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