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Giustizia

Riforma della giustizia, il SÌ che rafforza il giusto processo

La Riforma della giustizia e la separazione delle carriere rafforzano la terzietà del giudice e il giusto processo. Perché votare SÌ è una scelta di garanzia costituzionale.

di Anna Tortora -


Il giudice terzo non è un’opinione, è una garanzia

Nel dibattito sulla Riforma della giustizia si continua a chiamare in causa l’autorevolezza di questa o quella categoria: costituzionalisti, magistrati, avvocati, politici. Ma il punto non è chi parla. Il punto è che cosa serve a garantire davvero un processo equo.
Come ha scritto Luigi Bobbio, magistrato ed ex senatore della Repubblica, nessuna persona normale può rinunciare all’occasione di avere un giudice che non sia più collega del pubblico ministero. È una constatazione semplice, quasi banale, e proprio per questo potente. La terzietà del giudice non è un attacco alla magistratura, ma una tutela per il cittadino.

In uno Stato di diritto, chi accusa e chi giudica svolgono funzioni opposte. Non basta che il giudice sia imparziale: deve anche apparire tale. La condivisione di carriera, di valutazioni professionali e di organi di autogoverno con il pm crea una commistione che indebolisce la fiducia nel sistema, anche quando non incide sulle singole decisioni.

La separazione delle carriere non nasce dalla sfiducia nei magistrati, ma dalla consapevolezza che le garanzie non possono dipendere dalla buona volontà dei singoli. Devono essere scritte nelle regole.

Autogoverno, responsabilità e credibilità della giustizia

La riforma tocca un nervo scoperto: quello della responsabilità e dell’autogoverno. Non è un caso che la reazione di una parte della magistratura associata sia stata durissima. Come denunciato da Fratelli d’Italia, la campagna contro la riforma è apparsa costruita su argomentazioni allarmistiche e fuorvianti, tanto da suscitare critiche anche all’interno della stessa ANM.
Il problema è noto da tempo: un sistema percepito come autoreferenziale e scarsamente responsabile finisce per perdere credibilità. Lo ha ricordato Enrico Costa: i magistrati che sbagliano troppo spesso non pagano, e così la credibilità è in pericolo. È una constatazione politica prima ancora che giuridica.
Separare le carriere significa anche rendere più chiari i ruoli, più trasparenti i criteri di valutazione, meno opaco il peso delle correnti. Non è una riforma “contro” qualcuno, ma a favore dell’equilibrio del processo e della fiducia dei cittadini.

Un SÌ per il diritto, non per ideologia

Dal punto di vista tecnico-giuridico, la riforma si muove nel solco dell’articolo 111 della Costituzione, che impone un processo equo davanti a un giudice terzo e imparziale. Gli articoli 101 e 104 continuano a garantire l’indipendenza della magistratura; ciò che cambia è l’organizzazione di funzioni che, per loro natura, non possono essere confuse.
Votare SÌ non significa politicizzare la giustizia, ma normalizzarla. Significa rafforzare il giusto processo, non indebolirlo. Significa ricordare che le garanzie servono soprattutto quando non si pensa di averne bisogno.
Perché anche chi oggi ritiene che la giustizia penale non lo riguardi, domani potrebbe trovarsi a dipendere proprio da quella normalità a cui oggi è chiamato a dire SÌ.

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